giovedì, ottobre 19, 2006

Sullo stile dei miei articoli o post e sul linguaggio della politica

Ricevo ripetutamente da una persona amica consigli fraterni sul mio stile. Mi si dice che devo stringere. Andare subito al sodo. Altrimenti chi legge si annoia o non capisce o perde la pazienza. Io sono sempre disposto ad accettare consigli, soprattutto se vengono da amici e sono appunto consigli fraterni. Ma a questo punto sono costretto a riflettere sui consigli che ricevo.

Un discorso, specialmente se su argomenti politici che incidono sul processo decisionale di ognuno, deve essere argomentato ed analitico. In una manifestazione di piazza ci si esprime con slogan e cartelli. Il comiziante o concionatore a sua volta mira a suscitare le emozioni di chi ascolta. Ed infatti il suo discorso, se è un buon discorso, è interrotto frequentemente da applausi e grida. Tutti abbiamo visto alla televisione i discorsi registrati di Mussolini. Erano così convicenti che ci hanno portato alla guerra. E che dire di quelli di Hitler e di Stalin. Ed oggi possiamo aggiungere quelli di Bush che non si è fatto scrupolo neppure davanti alla menzogna. La guerra in Iraq è stata preparata mediaticamente nel falso presupposto che Saddam avesse non so quali armi micidiali. E qui la storia la sappiamo tutti e non sto a ripeterla.

Al sodo dunque. So di non essere Dante Alighieri e neppure Alessandro Manzoni. Mi sforzo di scrivere al meglio delle mie possibilità e se ho tempo rivedo continuamente la mia scrittura per cercare e di migliorare la forma e di rendere più forte e convicente l'argomento. Ma per fare questo occorre essere analitici e lasciare al discorso l'impalcatura ed il rivestimento di cui ha oggettivamente bisogno. Altrimenti si può apodittici e schematici. Ma in questo non si ragiona. E così perché lo dico io e non accetto contestazioni. In questo modo non si comunica e si accetta nessuna forma di dialogo. Ma diventa perfino inutile il discorso. Se questo deve comunicare qualcosa e soprattuto aiutare il processo decisionale altrui, la formazione responsabile dei suoi giudizi, in realtà non comunica nulla ed è perciò inutile. Dal mio punto di vista, non vale perdere tempo per una cosa così inutile. Meglio farsi una passeggiata e ritornare ai tempi in cui né la scrittura né il linguaggio esistevano.

In realtà, la questione può essere un'altra. I miei articoli non interessano affatto e chi li legge lo fa per una forma di amicizia e di solidarietà. Io ringrazio per l'amicizia e la solidarietà, ma non vi è nessun motivo per autoinfliggersi una lettura che per infiniti motivi può non interessare. Io non mi offendo e capisco bene. Non sapendo nulla di astrofisica non potrei seguire un complesso discorso matematico sulle origini dell'universo. Qui non è questione di essere stringati o meno. La tal cosa non mi interessa e non è alla mia portata. Non mi interessa perché non è alla mia portata. Oppure se anche fosse alla portata della mia intelligenza, come ad esempio un lungo saggio sul sesso degli angeli (la Francescato ha scritto un libro sull'argomento e la Fallaci ha pure scritto tanti altri libri "emozionanti", fatti per produrre emozioni), potrei ritenere i presupposti fondativi di quella scrittura totalmente assurdi ed infondati e tal perciò da non doverci perdere tempo più del necessario. Per certi lunghi libri o testi bastano poche occhiate per sapere se convenga andare oltre o fermarsi alle prime righe. Non ho motivo alcuno di offendermi se qualcuno giudica non interessante ciò che scrivo. Ci mancherebbe altro!

Conclusione. Non ritengo di essere prolisso nelle mie argomentazioni. Anzi è vero il contrario. Molto spesso mi accorgo che avrei dovuto argomentare meglio ed essere meno generico. Ma questo comporta certamente un supplemento di parole e di scrittura. E quindi richiede un maggiore impegno da parte di chi legge. Ma questi appunto può non leggere e spendere diversamente il suo tempo. E' normale ed è nella libertà di ognuno.

Scrivo come scrivo. Mi sforzo di migliorare. Ma al momento questa è la situazione. Per giunta, quando capita e ne ho il tempo ritorno su ciò che ho scritto, correggendo ed integrando. Di più è difficile fare.

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