martedì, marzo 11, 2008

Elezioni e militanza

Versione 1.0

Stiamo assistendo all’ennesima farsa elettorale. Chi per peso di anni ne ha già viste ha meno che mai ragioni di entusiasmo, non importa se sia di qua o di là: ad esser presi in giro lo sono tutti. A trarne dell’utile sono i soliti vecchi marpioni che questa volta si avvalgono di una legge elettorale che è quanto di più distante possa esserci da un’idea appena passabile di democrazia. Se qualcuno proverà entusiasmo per questa campagna elettorale, credo sia perché si aspetta qualche briciola. Ma il comune cittadino con i problemi di fine mese e solo la domenica con quello dello spirito e dell'intelligenza, se potesse potrebbe ben vomitare l’intero ceto politico che da una parte e dall’altra ha funestato questo paese allo sbando. Sento che il padrino politico della Fiammetta Nirenstein non sarebbe stato Cicchitto, come sospettavo a seguito delle pubbliche effusioni tra i due in un convegno romano, ma addirittura il Fini fulminato sulla via di Damasco. Ormai, possiamo aspettarci di tutto da questa classe politica.

La breve riflessione che vorrei oggi consegnare ai miei Cinque Lettori di questo blog verte sulla distinzione fra cittadino Elettore che avendo i diritti politici può votare per un Partito e cittadino Militante di uno dei partiti previsti dall’art. 49 della costituzione. È una distinzione che viene trattata nei manuali di diritto pubblico e costituzionale, ma è una distinzione poco approfondita. Il presente momento storico mi consente l’approfonndimento schematico che segue. Per me la Fiammetta Nirenstein continua a restare indigesta ed incompatibili. Non so a che numero della lista è stata messa e quindi non so se verrà automaticamente eletta o meno. Quello che è certo è che la mia avversione personale e la mia critica politica e culturale non gli verrà mai meno. Anzi se qualche volta in pubblici dibattiti mi verrà concessa la parola, gliene dirò tutte quelle che si possono dire.

Si può non votare alle prossime elezioni se il disgusto da vincere è troppo grande. Si può anche restare tesserati ad un partito. Lo scopo dell’iscrizione ad un partito non è quello di raccogliere voti a questo o a quel candidato, o di andare in giro ad attaccar manifesti, o darsi da fare nella propria cerchia per convincere parenti ad amici a votare il proprio padrone. Ciò mi è sempre parso umiliante ed in vita mia non ho mai chiesto il voto a nessuno per me stesso o per altri: al massimo ho disposto del mio voto, quando e se decidevo di andare a votare. Volendo evitare la via della violenza e del terrorismo degli anni settanta, che portarono alla morte del mio maestro Aldo Moro, ritengo che abbia senso l’iscrizione e la militanza in un partito. Ma a senso solo se detta militanza costituisce un momento di discussione e di dibattito interno. Se dovesse essere solo un portar acqua a questo o a quel candidato, sarebbe qualcosa di non dignitoso ed umiliante. I partiti hanno profondo bisogno di riforma: occorre toglierli dalla disponibilità degli eletti e giubilato per superiore decreto e renderli disponibili ai cittadini, che solo se organizzati in partiti possono far valere in modo articolato le loro volontà.

Ho detto organizzati in partiti che sappiano trattare e contemperare le generalità dei problemi, non riuniti in emotive manifestazioni di piazza o su temi fantastici staccati dalla realtà e unitarietà della vita. È una battaglia possibile. Non ha carattere violento. È controllabile. Consente il contradditorio e la verifica. A quanti mi leggono dico loro che non dovranno aspettarsi nulla come risultato del loro voto, ma qualche speranza potranno nutrirla si sapranno dibattere in modo continuativo insieme ad altri cittadini i loro comuni problemi.

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