domenica, maggio 07, 2006

La politica come vita associata e sfera della pubblicità

Da un mio cortese e gradito commentatore mi è stato obiettato che io non avrei soluzioni da dare ai problemi denunciati. Al tempo stesso questa mattina a Radio Radicale mi è capitato di ascoltare una vecchia registrazione di un intervento di Massimo D'Alema all'epoca del ribaltone. Una sua frase che è del resto un luogo comune suonava: «da soli in politica non si va da nessuna parte». Osservazione in apparenza intelligenza che si può prestare ad interpretazioni ambigue. Intanto può significare, come credo che certamente significhi per D'Alema, che senza il 50,01 per cento non possono scattare le maggioranze assembleare e deliberative secondo i modelli in uso della democrazia consolidata. Ma questo stare insieme per mera sommatoria bruta, casuale, forse truffaldina, inconsapevole, inintelligente, ecc., può anche voler dire tenere in scacco e prigioniero il 99,99 per cento dei cittadini. E che succede poi se lo 0,02 per cento minaccia di uscire dalla maggioranza del 50,01 oer cento? E se detta le sue condizioni per stare insieme nella coalizione che ha vinto i conteggi? In pratica, lo 0,02 per cento conta più del 99,99 per cento. Eccola l'eccellenza del tanto decantato sistema sedicente democratico.

L'obiezione del mio commentatore è certamente più seria e fondata. Vi sto pensando non da oggi e non a seguito dell'obiezione stessa. In questo momento contingente, mi trovo assediato con problemi di tempo, di impegno e di lavoro. Ritornerò su questo post per dargli una forma un poco più compiuta, anche se l'argomento non può essere da me esaurito nè qui nè altrove. Provo con il dire che il solipsismo può essere una condizione adatta per i fatti coscenziali di un singolo individuo, ma non per politica. Non nel senso dalemiano del problema. Intendo dire che è necessario stare insieme se dobbiamo costruire regole ed istituti che devono servire a rendere possibile una vita comune fatta di relazioni economiche, culturali, materiali, ecc. Ciò che è e sarà non può essere deciso dall'uno senza l'altro o a scapito dell'altro. E si badi bene: non per un fatto morale di rispetto dell'altro. Ma per il fatto che l'uno non può sapere la cosa senza l'altro. Il prodotto non nasce senza il concorso dell'uno e dell'altro. Viene subito in mente l'immagine della procreazione umana, ma questa non rende pienamente il concetto che è ancora più complesso perché qui il prodotto è immateriale. Prima di dover interrompere le le ragioni dette, vorrei brevemente rispondere al mio interlocutore che io da solo non sarei mai in grado di dare soluzioni: perché non mi chiamo Solone, perché nessuno a me chiederebbe di dare le leggi, perché non ne sarei capace certamente io e dubito altri. La mia speranza è invece che la soluzione possa venire da una ricerca e volontà comune che proprio per la natura dell'oggetto della ricerca, cioè le ragioni e le regole dello stare insieme, ha necessità della sfera della pubblicità. La politica, soprattutto la politica democratica, non può essere il luogo della segretezza, della manipolazione, dell'inganno. Anzi mai come in questo nostro caso la Verità è la dea che sta al centro della piazza, ma la verità non è il dogma rivelato di questa o quella religione. Verità è il prodotto comune degli sforzi volti a conseguirla, a disvelarla se già esiste e deve essere solo riconosciuta. Se pensiamo al linguaggio abituale dei politici di professione, non possiamo certo pensare ad un Socrate che nella piazza del paese si sforza di attingere la verità molestando ogni passante che dice di averla in tasca. Se pensiamo all'uso distorto e corrotto del linguaggio quotidiano e di quanto esso sia diseducativo, di quanto esso allontani da ogni criterio di verità, ci tocca forse invidiare le bestie che di esso fanno a meno e possono regolare la loro vita al solo ritmo dei bisogni oggettivi e reali. (…segue. non ho ancora concluso e riletto questo post).

1 commento:

Anonimo ha detto...

Il giornalista de L'espresso Giampaolo Pansa riportò questa frase pronunciata nell'ottobre 1998 da Massimo D'Alema riguardo a Romano Prodi e Walter Veltroni, all'epoca dei governi dell'Ulivo:

"Quei due? sono due flaccidi imbroglioni"

D'Alema inviò una smentita, il giornalista Claudio Rinaldi, presente anch'egli all'esternazione, confermò e D'Alema non smentì tale conferma.

Il giornalista Luca Telese riporta poi un'altra frase poco nota di Massimo D'Alema, questa volta contro Giampaolo Pansa e Romano Prodi, testimone ancora una volta Claudio Rinaldi dell'Espresso:

"Pansa è un ottimo giornalista, ma ha un solo difetto. Non capisce un cazzo di politica; ce ne è uno solo che ne capisce meno di lui: Romano Prodi"


Nei primi mesi del 1993, quando l'inchiesta di Mani Pulite iniziava ad occuparsi delle tangenti rosse al PCI-PDS, D'Alema definiva spregiativamente il pool «il soviet di Milano».

Il 5 Marzo 1993, il governo di Giuliano Amato approvò il «decreto Conso», con cui la classe politica, colpita dall'inchiesta Mani Pulite, poneva un ostacolo in grado di paralizzare le indagini su Tangentopoli. Il decreto depenalizzava il reato di finanziamento illecito ai partiti, disincentivava i colpevoli a collaborare con la giustizia, e permetteva ad imprenditori e politici di evitare il carcere. Il 10 Marzo Giuliano Amato svelò in Parlamento la presunta ambigua condotta del Partito Democratico della Sinistra, che in pubblico criticava il decreto Conso (l'opinione pubblica allora era fortemente dalla parte dei magistrati), mentre in privato - a suo dire - lo sosteneva.

Massimo D'Alema, all'epoca dei fatti coordinatore politico del PDS, di fronte a tale dichiarazione inveì contro Amato:

"Amato è un bugiardo e un poveraccio. È uno che deve fare di tutto per restare lí dov'è, sulla poltrona".


Massimo D'alema rimase coinvolto in Affittopoli: dopo una pesante campagna mediatica dovette traslocare e lasciare il suo appartamento, in una zona centrale di Roma, che un ente pubblico gli affittava ad un canone irrisorio e fuori mercato.


Nel 1985 Massimo D'Alema ricevette 20 milioni di lire da parte del miliardario barese Francesco Cavallari, che fu in seguito condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. I soldi erano destinati al Partito Comunista Italiano, di cui D'Alema era all’epoca segretario regionale pugliese. Per questo finanziamento illecito D'Alema è stato inquisito ma, a causa dello scadere dei termini di prescrizione nel 1995, il procedimento è stato archiviato dal gip Concetta Russi. L'episodio è stato ammesso dallo stesso D'Alema quando il reato era destinato a cadere in prescrizione.




NON LO VOGLIO COME PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA!!!!!!!!!!!!