lunedì, maggio 01, 2006

Lo Stato dei Di Pietro, Violante, Chiaravalloti e di tutti i giudici messi in Parlamento, come un fiore all'occhiello.

Un grande giurista di cui non faccio volutamente il nome scriveva: «Lo Stato medievale, come in notevole misura fino ad oggi anche la dottrina anglosassone dello Stato, parte dall'idea che il nocciolo del potere statale stia nella giurisdizione». Abbiamo tutti appreso nelle scuole di ogni ordine e grado che uno Stato democratico è fatto dalla compresenza dei tre poteri: giudiziario, esecutivo, legislativo, la formula magica e perfetta, buona anche per l'esportazione. Ci capita meno di riflettere se questi tre poteri convivano armonicamente l'uno accanto all'altro o non via sia prevalenza dell'uno a scapito di altri, e meno che mai ci sfiora il dubbio se la relazione fondamentale di protezione/obbedienza, base di ogni legittimità, non possa essere coniugata in altri ed infiniti modi. La maestà della legge è in genere affidata ad un'apposita casta di sacerdoti, che nel nostro sistema sarebbero i Giudici, non quelli dell'omonimo libro della Bibblia (se ben ricordo), ma i tanti Di Pietro, Violante, Scalfaro, Mantovano e chi più ne ha ne metta. Per darsi buone credenziali non pochi partiti hanno tolto i giudici dalle aule di giustizia e li hanno messi nelle loro liste in collegi blindati, cioè dove si ha la certezza di venire eletti, anche se il candidato fosse un cavallo. Perfino Forza Italia nella penultima legislatura regionale in Calabria ha voluto mettere in lista un magistrato, Chiaravellotti, che ha vinto sì le elezioni, ma per riperderle alle elezioni successive. Pare che il suo governo sia stato uno dei peggiori, a giudizio degli stessi militanti di Forza Italia. In altri termini, se le leggi sono quelle che conosciamo, è da chiedersi cosa un Popolo, o se si preferisce la moltitudine divisa e indistinta dei cittadini, possa attendersi da queste leggi e dagli uomini che dovrebbero somministrarle? Domanda retorica per concludere che le attese della "gente" non sono concentrate sull'aspettativa di una dubbia giustizia e di un'improbabile legalità, ma sono caratterizzate da una diffusa sfiducia nella capacità stessa dei governanti di risolvere problemi che non siano propri dello stesso ceto politico ed estranei ai più. Sono in profonda crisi le ragioni dello stare insieme ed è soltanto incerta la data in cui vi sarà l'implosione: la morte è certa, è solo incerto il quando!

La democrazia, tanto decantata, è in realtà spesso il gioco degli inganni, spesso è pura demagogia (penso a Tajani ed alla sua teoria del popolo ignorante). Se da un giudice ci si aspetta normalmente che applichi la legge in modo equanime, giusto, nessuno arriva a pensare che possa lui stesso creare la legge, anche se l'arroganza di non pochi giudici ha fatto credere che sentissero di avercela in tasca, la legge ed il diritto, e che solo loro sapessero cosa è legge e diritto, anque quando le loro sentenze cozzano con il senso comune. Entra così in campo l'altra corporazione, quella dei Magnifici Mille che siedono in parlamento e che novelli Soloni la legge la fanno per darci la Felicità. Magari può succedere che l'idea di Felicità e di Giustizia cambi ad ogni tornata elettorale. Ciò che prima era giusto, giunta al potere una nuova infornata di onorevoli non è più giusto e pertanto deve essere cambiato. Non sempre le leggi dei nostri Soloni sono chiare ad ognuno. Sorgono quindi infiniti problemi interpretativi e non solo alla soglia della infima utenza, quella del popolino, ma già ai sommi vertici. Capita così che il solito Pannella protesti per non aver avuto posti in Senato e lo stesso Ministro degli Interni uscente, Pisanu, gli riconosca che l'ultima legge elettorale in effetti non è chiara: una legge da qualcuno voluta intensamente e da qualche altro che ne dichiara la paternità definita una "porcata". Ma la legge è innanzitutto chi la interpreta, l'applica e ci campa pure sopra: la palla passa ad altre corporazioni di soggetti con i loro specifici interessi materiali.

La magistratura è stata in auge da dieci anni a questa parte per l'accanimento con cui si è scagliata contro Berlusconi ed altri politici. Cambierebbe musica se a parlare fossero i tanti disgraziati che a vario titolo hanno a che fare, o hanno avuto a che fare, con giudici, avvocati. tribunali. La saggezza popolare è giunta alla conclusione che è meglio tenersi le "offese da reato", se appena sono sopportabili, piuttosto che incappare nel meccanismo della Giustizia. Di recente persino un rappresentante sommo del Sistema, il presidente della Repubblica, ha ammonito che una Giustizia attesa per tanti anni (anche trenta) è una giustizia negata. E allora?

Di denunce e lamentazioni questo Paese ne sente da secoli. Non le prendono sul serio neppure le persone che le fanno. Figuriamosi i destinatari. Per giungere qui a una rapida conclusione per poi ritornare su singoli temi dico che l'immagine che ne viene fuori in questo cambio di poltrone è quella di un Paese allo sbando dilaniato dagli appetiti di una pluralità confliggente di corporazioni. Il mio timore è che per ragioni oggettive e per vincoli esterni ormai la torta da spartire non c'è più. Non intendo dire che prima tutto andasse bene, ma forse che vi erano risorse dalle quali ognuno poteva strappare quel che gli riusciva di strappare: l'enorme debito pubblico con quel che significa è probabilmente un'eredità di quegli anni ed è oggi un debito giunto a scadenza. Adesso queste risorse mi pare non ci siano più e non ho nessuna fiducia che chi ha preso il timone sappia moltiplicare i pani ed i pesci. E non ho neppure ricette e soluzioni da dare. Io? Figuriamoci! Vedo nero e basta. Non mi lascio prendere dalla disperazione solo perché confido che se saremo uniti in uno sforzo comune di buona volontà forse riusciremo a venirne fuori.

Nessun commento: