mercoledì, maggio 10, 2006

L'unità percentuale

In questi giorni in cui ai più è divenuto chiaro come le elezioni si vincano o si perdano per infime percentuali si sentono spesso le frange scalpitare, consapevoli che la loro piccola percentuale ha fatto la differenza: radicali, Di Pietro, Verdi, ecc., sono più vispi che mai. »Abbiamo vinto per ventimila voti. Noi ne abbiamo portati un milione!«, così questa mattina ho sentito esordire il buon Daniele Capezzone. Sono queste le delizie della democrazia. Ma io che probabilmente democratico non sono voglio lasciarmi andare ad una serie di riflessioni.

Il »popolo« può essere inteso come una sostanza che ha consistenza unitaria, ossia come un qualcosa che è unito da un'infinità di legamenti dinamici: lingua, valori, rapporti economici, sangue e connotati razziali come il colore della pelle e la forma degli occhi, territorialità, culto dei morti, miti, guerre vinte o perse in comunanza di destino, ecc. Una definizione di questo genere è piuttosto complicata e può essere diversa da popolo a popolo, come un individuo è diverso da un altro. Si può anche irridere ad un tentativo di definizione sostanziale di un popolo, ma noi sentiamo istintivamente una diversità se ci troviamo non già di fronte ad un povero immigrato della papuasia piombato nelle nostre città, ma se siamo invece noi a trovarci in un deserto australiano alla mercé dell'aiuto necessario di un aborigeno.

Contro questa concezione sostanziale di popolo, forse avvertita come fascistica o tatalitaria, si oppone la concezione della sommatoria degli individui che nel chiuso di una gabina elettorale pongono segni di croce su schede non sempre facili da decifrare. La distinzione fra "popolo" e "moltitudine" non è in sé difficile. Ad una stazione ferroviaria come quella di Roma Termini si incontra sempre una gran quantità di gente che va e viene e che non si incontra mai più identica nello stesso posto. Il nostro sistema politico detto democratica si basa sulla concezione del popolo come sommatoria di individui che non possono avere mai altro momento di considerazione giuridica che la chiama elettorale, dove guarda caso vige un quorum di validità quando si tratta di poter abolire leggi poste in essere dai rappresentanti già eletti in parlamento. Non vige invece nessun quorum di validità se si tratta di eleggere gli stessi rappresentanti. Non potrò mai dimenticare la faccia di Tajani che stando lui nel palco degli oratori in una sala dell'Hotel Parco dei Principi spiegava a me fra il pubblico in seconda fila che non costituiva dovere civico il voto dove era necessario il quorum di validità, mentre invece era dovere civico votare alle elezioni per i rappresentanti, potendo così votare la sua faccia per la felicità del popolo italiano. Insomma, la camera dei rappresentanti potrebbe essere eletta anche dal cinque per cento del corpo elettorale. Non sarebbe prudente per gli stessi eletti, ma è astrattamente e giuridicamente possibile.

Berlusconi viene insultato in molti modi. Uno di questi è la taccia di populismo. Questo termine non è molto chiaro in sè. Fondamentalmente è un insulto per chi lo pratica ed un esorcismo verso una forma di partecipazione politica che mal si concilia con le schede elettorali e con le frazioni percentuali. Il popolo riunito in assemblea non consente visibilità e liceità a fenomeni come il clientelismo, il familismo, il tribalismo, il voto di scambio, la corruzione, ecc. Tutte queste delizie sono possibili solo nel segreto dell'urna che paradossalmente anziché essere una garanzia per l'esercizio di un diritto possono essere il presupposto necessario per la sua degenerazione.

In conclusione. L'esperienza storica che abbiamo appena vissuta dello 0,06 per cento con sospetto di brogli dovrebbe porci in atteggiamento critico verso gli istituti politici che ci sovrastano. All'Assemblea costituente che fu formata in una condizione di prostrazione estrema che la retorica interessata non potrà trasformare facendo passare per bianco il nero e nero il bianco: disfatta bellica, paese occupato, guerra civile, città distrutte, sovranità limitata, soggezione perpetua, ecc. La costituzione e tutti gli odierni istituti politici sono sorti in quel contesto storico, che oggi per fortuna è lontano nel tempo. Io non ero nato e così la stragrande maggioranza dei cittadini oggi viventi, che sarebbero degli sciocchi se si facessero governare dai fantasmi del passato. Le nostre istituzioni sono vecchie e stravecchie. Non rispondono più alle nostre esisgenze. Diventano tiranniche se non possiamo ricercarne di nuove. Ma qui sorge un conflitto con la stessa classe politica che con queste istituzioni ci campa letteralmente. Una grande insofferenza si produce nel mio animo quando sento dire da una Bonino che dovremmo esportare queste nostre decrepite istituzioni nei paesi arabi, magari imponendole con la guerra, ricreando poi quei regimi fantoccio che in Europa sono stati creati ad Est e ad Ovest come conseguenza della liberazione del 1945.

Queste mie considerazioni susciteranno probabilmente scandalo e reazioni. Non ne sono preoccupato in quanto non devo candidarmi da nessuna parte. Se anche qualcuno per avventura me elegesse da qualche parte, non saprei cosa fare. Paradosso e provocazione a parte, ritengo e spero che la nuova stagione politica possa portare ad una profonda riforma degli istituti della politica. Berlusconi può essere l'uomo giusto per questa operazione. Dei suoi alleati come Follini, casini, ecc. diffido profondamente. Con loro non si riforma nulla..

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