lunedì, novembre 27, 2006

Il non gradito viaggio del papa in Turchia

L’articolo di don Baget Bozzo, già apparso su “Il Giornale”, è fra le poche cose interessanti che si riescono a leggere in Ragionpolitica.it. Ebbene, il viaggio del papa in Turchia merita certamente qualche riflessione. Mi astengo dal calcare la mia consueta insofferenza per lo sconfinamento del religioso nel pubblico. Se il viaggio avesse un significato solo religioso dovrebbe interessare gli uomini pii e le comunità religiose, ma non essere posto nel palinsesto del dibattito politico, come invece accade.

Devo ammettere che non capisco cosa spinga il papa romano ad andare in un luogo dove non è visibilmente gradito e dove non gli renderanno gli onori ai quali è abituato. Dall’articolo di don Baget Bozzo, che certamente di queste cose si intende anche per essere egli un sacerdote, trovo uno strano argomento. La buona riuscita del viaggio del papa è collegata al buon esito delle trattative per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Non conosco meglio le ragioni per le quali sia il presidente turco sia il ministro degli esteri turco siano assenti durante la visita del papa, cioè se sia un gesto intenzionalmente polemico o sia stato chiesto dalla autorità religiose islamiche, ma in sé io trovo altamente positivo che un capo di stato non debba avere relazioni di sorta con esponenti religiosi. Se il viaggio del papa in Turchia ha il senso di un pellegrinaggio religioso (e quale altro se no?), compito dello Stato turco è quello di garantire la sua incolumità. Se invece il papa vuole andare in Turchia in quanto Capo di Stato pure lui, allora la questione assume connotati diversi.

La Turchia non è un paese africano o sudamericano che possa essere reso facilmente permeabile alla evangelizzazione cattolica. La diffusione del cattolicesimo in Africa e in America, ma anche altrove, è avvenuta insieme con la colonizzazione. E’ un dato storico inconfutabile. Che le autorità turche non siano disposte a dare il consueto aiutino di Stato per la propagazione della fede cattolica mi sembra del tutto comprensibile e per nulla deplorevole. A prima vista sembra una lezione di laicità data a quell’Europa che pretende di essere maestra di civiltà al mondo intero e che ha troppo spesso propagato la parola di dio con l’impiego dei mezzi coercitivi dello stato e del potere politico.

Se Costantinopoli oggi non è più cristiana-ortodossa e Santa Sofia è diventata una moschea ed è inibita al culto cristiano, può essere questa l’occasione per un'analisi storica di eventi politici lontani quando interessi economici e forse rivalità religiose lasciarono cadere in mani turche i residui dell’Impero bizantino. La vita degli uomini si consuma nel giro di una sola generazione e la memoria di ogni individuo non supera la durata della sua vita, ma i fenomeni storici possono avere una durata e un’efficacia di parecchi secoli se non di millenni. I cattolici insistono tanto per avere l’inserzione delle “radici cristiane” in testi normativi che possono riguardare anche cittadini e comunità che cristiane non sono o non vogliono essere.

Il non gradimento della visita papale in Turchia è una buona occasione per una rivisitazione critica di ciò che sono state le “radici cristiane”, di come si sono formate al tempo di Costantino e Teodosio, quando la religione cristiana diventa religione di stato e la vecchia religione detta pagana viene proibita e bandita con la violenza. Lo sviluppo del cattolicesimo si accompagna sempre all’esercizio del potere politico che impone il culto cattolico. Si potrebbe perfino dire che il cattolicesimo non potrebbe esistere senza un connubio con il potere statale, dove però lo Stato è al servizio dell’ideologia religiosa. Se esiste una spontaneità religiosa questa si manifesta nella forma dell’eresia, che viene ferocemente perseguita. Anche nel discorso di Ratisbona papa Benedetto ha fatto uso infelice di una citazione che attribuiva a Maometto l’uso della spada per la diffusione dell’Islam. Se è vero, non lo è meno per il cristianesimo stesso. Insomma, il viaggio del papa in Turchia mi sembra un grande stimolo alla riflessione, ma non nel senso proposto da don Baget, e cioè che sarebbe un buon affare se i Turchi si decidessero ad accogliere bene il “nostro” papa.

Post Scriptum - Questa mattina mi giunge una bella notizia che conferma l'alto significato morale della politica pontificia e della religione in generale, soprattutto quando è amministrata da un clero. Ebbene, in passato sento dire che il cardinale Ratzinger era fermissimamente contrario all'ingresso della Turchia in Europa. Adesso pare che il ministero degli Esteri turco si sia deciso ad incontrare il papa con gli onori che gli competono. Al tempo stesso il Vaticano, prima contrario, fa ora sapere di non essere più contrario all'ingresso della Turchia in Europa. Insomma tutto si aggiusta e la religione, motivo apparente (il pellegrinaggio che dovrebbe portare i suoi "frutti" diventa il luogo del baratto morale quando entra in campo la roba. E questa sarebbe la scuola di morale, la morale cattolica, che possiamo aspettarci dai preti. Gesuitismo e doppiezza morale sono sempre state una componente del cattolicesimo, che ha particolarmente guastato la consistenza morale del popolo italiano. Ragion per cui proprio per una morale ed etica pulita e per una religione pulita che sia soltanto religione e non altro occorre portare avanti la battaglia laica, ad incominciare dall'interno di Forza Italia, per tenere separati e distinti politica e religione. L'ingresso o non ingresso della Turchia in Europa non è cosa che riguardi il Papa o il Vaticano, ma gli stati che fanno già parte dell'Unione, i quale devono decidere se ammettere nel loro seno un nuovo membro. Con l'intromissione vaticana l'Unione dimostra di essere moralmente e politicamente marcia.

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