sabato, novembre 11, 2006

All'Hotel Gianicolo una manifestazione di Forza Italia sui morti di Nassirya

(Testo non finito e tuttora in progress)

Ho anticipato al nuovo Coordinatore regionale del Lazio Francesco Giro queste mie note critiche in occasione dell'anniversario dei nostri morti di Nassiriya. Non ci conoscevamo e mi sono presentato come Coordinatore provinciale dei Clubs di RC, dicendo scherzosamente ma non troppo che resto in FI fino a quando non ne sarò cacciato per le posizioni che in piena libertà di coscienza ritengo di assumere sui temi della politica nazionale e internazionale. Posso assicurare il partito che io resto e non cambio casacca e parrocchia. Saranno forse i Notabili del partito a cacciarmi, restituendomi quella piena libertà a cui in qualche modo ho rinunnciato accettando di diventare uomo di parte secondo il dettato dell'art. 49 della costituzione vigente, non la migliore di tutte quelle possibili, ma appunto vigente e da me lealmente rispettata. Queste precisazioni preliminari non sono fuori luogo, se si considera l'attacco canagliesco da me subito per aver avuto il coraggio delle mie opinabili opinioni all'interno del partito cui ho aderito (la mia risposta si trova a § 19 del post in questione). Mi limito ora a poche fugaci e stanche note della sera, appena tornato a casa. In ricorrenza del terzo anni-versario della morte dei nostri soldati ricordo con commo-zione quale era stata la sensazione generale e unanime di tutto il popolo italiano al rimpatrio delle salme, o per meglio dire di tutta quella gente della quale io avevo potuto scrutare ogni movimento dei muscoli facciali in occasione della commemorazione all'altare della patria o della solenne messa in San Paolo, dove pur abitando vicino non ero potuto entrare essendo i posti riservati alle Autorità. Nessun furore bellicista o eccitazione trionfalista allora nei volti della gente comune, ma la netta percezione che nelle bare si trovavano persone reali che potevano essere figli o congiunti di ogni italiano. Erano andati lì a Nassiriya perché dovevano andarci o avevano voluto andarci o ce li avevano mandati. Poco importava saperlo. Erano morti e basta. La morte ha una sua fatalità. Nessuno che abbia appena un pallido senso dell'idea di patria può dimenticarli.

La morte poi per un militare è un'eventualità che non si può scon-giurare: il destino del samurai è la morte. Tutti abbiamo un lavoro o lo cerchiamo, ma chi sceglie il mestiere delle armi non può ignorare il rischio della morte in combattimento o per fatti connessi allo status di militare. Già, perché i carabinieri erano pur sempre dei militari in armi: armi impu-gnavano in mano, non siringhe per fare le iniezioni! I nostri politici pur di non evocare la parola guerra, temendo di perder voti, hanno fatto dei nostri soldati una specie di infermieri, di inservienti, di distributori di caramelle all'infanzia orfana e abbandonata, di »missionari« in missione di pace nel bel mezzo di una guerra non si sa davvero bene come e perché e da chi voluta. Non si può dire che sia mai stato alto lo spirito marziale in Italia. Da Cavour a Mussolini e oltre la guerra è stata sempre affrontata dai nostri governanti come un gioco d'azzardo. Di Cavour fin nei nostri manuali scolastici è riportata la frase secondo cui in Crimea si proponeva di lasciare giusto qualche migliaio di morti per poi poter sedere al tavolo della pace sembrando alla pari con le grandi potenze dell'epoca o almeno illudendosi e facendo credere di essere alla pari. Sul calcolo opportunistico è stata fatta addirittura l'unità d'Italia. Di quel calcolo opportunistico resta dopo due secoli tutta la fragilità. L'Italia non è mai stata veramente unita e gli italiani non sono mai stati fatti! Bismarck, se ben ricordo da vecchie letture, parlava con disprezzo del popolo delle tre S (Solferino, Sadowa, Sedan). Mussolini, pur sapendo dell'impreparazione militare dell'Italia, aveva speculato sulla vittoria certa della Germania. Temeva di giungere a cose fatte e si decise a scendere in guerra, per annettersi magari la Corsica e la Savoia italiane, completando il Risorgimento italiano. Le letture scolastiche possono fare del male. A volte è preferibile una sana ignoranza.

Lo stesso calcolo opportunistico lo ha fatto Berlusconi, stando dentro la migliore tradizione italica. Pur riluttante ad andare in guerra, alla fine si è però deciso. All'»amico« Bush aveva sconsigliato l'invasione dell'Iraq, ma quel testone non lo ha ascoltato. E l'Italia non poteva lasciare solo l'alleato americano: senza di noi non potevano vincere la guerra, o meglio l'operazione di polizia autorizzata dall'ONU, ossia da un'istituzione succeduta alla vecchia e screditata Società delle Nazioni, una ffoglia di fico, che o in positivo o in negativo fa sempre quello che decidono gli USA. Ieri ha sancito l'invasione voluta dagli USA, pensando di costituire in tal modo un titolo di legittimità da spendere sulla scena interna-zionale e da ammannire all'apparato mediatico dell'ottundimento delle coscienze; oggi non può deliberare una nota di condanna per Israele, il braccio armato degli USA in Medio Oriente, apppunto perché gli USA (e solo loro) hanno posto il veto, consueto e abituale per tutto ciò che concerne Israele, la quale porge puntuale ringraziamento: una diabolica complicità che tiene in scacco il mondo, ormai sull'orlo di una nuova guerra mondiale, se non dobbiamo considerarla già in atto in forme nuove e subdole. In verità, nessuna persona di buon senso è stata mai disposta a dar del credito a quell'istituzione, che invece (la famosa "egida") è in grande auge presso i nostri deboli ed impotenti governanti. Evidentemente, quella che allora appariva al suo inizio una facile operazione di »polizia internazione« ha indotto il nostro governo a correre il rischio e ad imbattersi nell'avventura, dalla quale la Spagna non ha esitato a ritirrasi appena le cose si sono fatte serie ed i calcoli si rivelarono sbagliati. Ho usato l'espressione »polizia internazionale«. Cosa significa? Si tratta di un nuovo assurdo e orribile concetto con il quale al posto dei lacrimogeni si sparano missili su donne e bambini senza alcun rischio per chi li lancia, avendo egli programmato che una sola vita americana ne vale almeno 1000 di nazionalità araba, non importa se di donne o bambini, deprecabili e trascurabili "errori", per i quali si può chiedere scusa all'opinione pubblica internazionale, come i bravi israeliani hanno fatto per il loro ennesimo massacro di civili. Bontà dei cavalieri antichi che si cimentavano ad armi pari! Oggi si uccide e si nasconde la mano e la faccia! A trarre in inganno c'era la campagna mediatica su Saddam, l'abietto tiranno che faceva soffrire il suo popolo. Pareva bello fare una guerra per liberare un popolo dal suo stesso governo per dargliene uno nuovo di zecca confezionato nelle sartorie statunitensi. Quello stesso tiranno con il quale il saggio alleato americano non si era fatto scrupolo di allearsi per combattere l'Iran. Il buffo, o meglio il tragico, è che questo feroce tiranno sapeva però tenere a bada i suoi sudditi inclini ad uccidersi l'un l'altro; a suo modo sapeva reprimere una guerra civile che il governo attuale, fabbricato con ricetta americana, è ben lungi dal poter domare. Anche quella di oggi è una domenica di sangue di cui non si vede la fine. Torna alla mente un'immagine hobbesiana che rappresenta lo Stato come la bestia più feroce che incute timore: solo in questo modo il Leviatano poteva tenere a freno la bestia della guerra civile. A distanza di secoli Thomas Hobbes rivela la sua saggezza e lungimiranza. Altra beffa è stata il processo a Saddam appena concluso e la sua condanna a morte. Un processo farsa contrario ad ogni regola di quella civiltà giuridica che abbiamo inteso esportare con le armi. Paradossalmente, Saddam potrebbe essere l'unico soggetto capace di far uscire l'Iraq dalla guerra civile, come è stato l'unico che ha saputo contenerla ed evitarla, con mezzi certamente discutibile e da me non elogiati. Ma se è vero, come scriveva Thomas Hobbes nel "Behemoth", che la cosa in assoluto peggiore che possa capire ad un popolo è il flagello della guerra civile, dove nessuno sa più a quale legittima autorità obbedire, allora se ne deve concludere che i mezzi usati da Saddam quali che siano erano comunque un rimedio al male maggiore. Quindi, anziché condannare a morte Saddam occorrerebbe restituirgli in mano il governo del paese con tanto di scuse e di lacrime per i tanti innocenti inutilmente sacrificati. Conseguenza chiaramente assurda che non mancherà di scandalizzare i miei venti lettori, alienandomi il loro animo. Ma questo non succederà perché l'interesse di fondo che ha messo in moto la poderosa macchina della guerra non è stato certamente l'instaurazione di un buon governo in Iraq, ma un disegno imperiale che non si ha l'onestà intelletuale di riconoscere per tale. Di fronte all'eccezionalità della situazione non è credibile nè pensabile che il governo fantoccio prodotto da una democratizzazione forzata sul modello del nostro stato di diritto da noi assunto come principio ideologico non come costruzione storicamente determinata possa ricreare condizioni di vivibilità. L'unico governo possibile per l'Iraq, creazione artificiale e superficiale della Gran Bretagna, cinica distruttrice di popoli, rischia di essere quello del tiranna abbattuto, con il quale dunque occorreva trattare per ottenere l'ottenibile, se stavano a cuore i cosiddetti diritti umani, foglia di fico dietro cui si può nascondere di tutto. Ma evidentemente ciò che interessava era ben altro e per ottenerlo non ci si è fatto scrupoli di ricorrere alla menzogna degli inesistenti armamenti di Saddam come casus belli. La menzogna è stata scoperta e smascherata come tale ma ciò malgrado è rimasta impunita e non si è costituito nessun tribunale internazionale per processare chi (Bush e Blair) ha mentito al mondo intero. La nostra eccelsa democrazia ha delle crepe evidenti, per le quali non si intravedono cure, essendo il nostro cervello ed il nostro un trascurabile optional di cui i governi posson fare l'uso che meglio aggrada. I poveri iraqueni possono pure finire di scannarsi a vicenda finché nessuno di loro ne rimanga vivo con sommo gaudio di qualcuno. Insomma, siamo nella merda! Diciamocelo per amor di patria e di quei morti che sono morti nostri, di noi tutti! L'unità della nazione si costruisce anche e forse soprattutto intorno alle disgrazie. Ma bisogna avere l'onestà di riconoscerle come tali e e la volontà comune di affrontarle tutti uniti.

Anche per il nostro amato Presidente le cose si sono messe male. La guerra in Iraq è stato un totale fallimento militare e politico. Anche io all'epoca avevo accettato tiepidamente il fatto compiuto, forse troppo fidando nel vecchio principio che il capo non sbaglia mai. Mi chiedo cosa sarebbe successo se la decisione fosse stata affidata ad un referendum di tutti i cittadini, grandi e piccini. Dubito che un solo italiano avrebbe messo piede in Iraq. Con quel che costano poi le cosiddette missioni di pace, di cui se esiste si ignora il ritorno economico. Ma se questo ritorno poi esiste e si conosce (bottiglie di vino a parte) cade tutta la retorica della missione di pace e di libertà. Come se non bastasse proprio in questi giorni dobbiamo subire una finanziaria tutta lacrime e sangue e ci permettiamo il lusso di giocare alla guerra che non abbiamo mai saputo fare. Ogni volta che vado all'Archivio di Stato di Napoli devo portarmi da casa la carta igienica perché il governo non la passava: ho dovuto fare una rimostranza con gli Uffici e procurarmela in un negozio di casalinghi lì vicino! Non sono un economista, ma penso che se si tagliano le spese per le nostre inutili e dubbie "missioni di pace" all'estero (non mi interessa da quale governo deliberate), credo che avremo almeno recuperato il finanziamento per la carta igienica nelle scuole italiane, che spesso cadono a pezzi con grave pericolo di chi sta sotto i soffitti. Pare però che come conseguenza del nostro impegno in Iraq e del nostro guadagno in immagine abbiamo venduto più vino negli USA! Questo mi è capitato di sentire con queste orecchie e non dico da chi! Troppo gli voglio bene. Le cose sono andate male e sarebbe realismo politico riconoscerlo. Tutte le frescacce sulla pace e sulle missioni umanitarie sono appunto solo frescacce alle quale non credono neppure quelli che le dicono. Ma ognuno è libero di credervi. Io non ci credo.

In questo Blog concepito per il dibattito e la militanza politica non mi piace inserire citazioni erudite. In politica ognuno deve poter ragionare con la propria testa, facendo uso dei propri mezzi e della propria intelligenza. Giudico perciò politicamente sbagliate le citazione di dottrina a fronte di concittadini che per un loro modesto grado di cultura scolastico non possono recepire criticamente e ribattere su temi troppo specialistici e appannaggio di ristretti ambiti professionali. Tuttavia, esiste sempre l'eccezione che conferma la regola. Ed in questo caso è fin troppo pertinente la citazione di un testo di un grande pensatore politico, il più grande vissuto nel secolo appena trascorso. Egli ben mette in evidenza la falsa alleanza dell'asino con il leone. E' stupido pensare che abbiano un eguale peso, anche se le forme giuridiche possono farlo credere, soprattutto all'asino. Estrapolo dal testo che sto correggendo in bozze e che spero di poter presentare con l'anno nuovo proprio all'Hotel Gianicolo, se il proprietario, l'amico cav. Mattiani, metterà a disposizione la stessa sala concessa a Scelli e De Lillo. Il testo recita: «L'aiuto, che una potenza mondiale offre ad un paese piccolo e debole non è solo quanti-tativamente ma anche qualitativamente qualcosa di diverso dall'appoggio inverso che un piccolo Stato marginale (leggi: Italia e ogni singolo Stato europeo singolarmente considerato), lontano dal teatro dell'azione, può offrire ad un impero (leggi: USA)». E più oltre un passo di incredibile attualità, pur essendo stato scritto nel 1935: «Un patto collettivo all'aiuto reciproco in un'eccessiva diversità del peso politico degli Stati contraenti diventa un trattato di protettorato fondato su protezione e obbedienza. Il patto "generale" che racchiude egualmente tutti i disparati partner contrattuali si divide poi in due parti: il trattato fra di loro dei più forti, che può basarsi sulla vera reciprocità, ed il trattato dei forti con i più deboli, che non è un trattato di "reciprocità", ma di protezione e sottomissione». L'autore è Carl Schmitt (1888-1985) e chi è interessato a studiare e approfondire questo autore può spostarsi altro mio blog, concepito e strutturato in modo affatto diverso da questo dove ora ci troviamo, ideato fin dall'inizio come uno spazio virtuale disponibile per ognuno dei dieci milioni di elettori di Forza Italia. Se si trova a riflettere sul brano riportato, si riconoscono il differente ruolo nell'ONU fra il Consiglio di Sicurezza (= i vincitori della seconda guerra mondiale) e tutti gli altri ammassati nell'Assemblea. Malgrado i rapporti di amicizia (passata) fra Berlusconi e Bush, ciò non toglie che sia troppo grande la disparità politica e militare fra Italia e USA. Di certo agli USA uno Stato marginale come l'Italia non poteva servire altro che per meglio mascherare un disegno imperiale che ha radici assai lontane nel tempo, addirittura fin nella Dottrina Monroe del 1828 allargatasi nel tempo ben oltre i confini americani, complice la perfida Albione. E' semplice ridicolo ed è un insulto all'intelligenza degli italiani dire che i nostri soldati servano a qualcosa nell'equilibrio dei massimi sistemi. Andare in Iraq per allestire ospedali di campo mentre infuria la carneficina fatta dal maggiore alleato non procura nessun merito presso quei disgraziati che si debbono ritenere fortunati (e ringraziare) per non essere stati ammazzati. Si fa prima (e costa meno) dire al Grande Fratello ed Alleato che la smetta di fare carneficina di esseri umani e tenga a freno il suo mastino (leggi: Israele). Occorre averne il coraggio. Un qualità piuttosto rara nell'Europa uscita dalle macerie del 1945.

Non ho stenografato l'intervento di Giro né quello di Scelli, l'uno un discorso dichiaratamente e volutamente politico in una giornata ambiguamente presentata come commemorativa («Da Salvo d'Acquisto a Nassiriya, carabinieri eroi di libertà») e l'altro per me qualcosa di assurdo ed incomprensibile. Era presente anche Elisabetta Gardini, indicata come "portavoce" di Forza Italia e della quale fino a questo momento avevo dimenticato il nome. Per la verità, non capisco bene nell'organizzazione del partito cosa significa esseri "portavoce". Di chi? Di Berlusconi in persona o di manifestazioni assembleari che si concludono con una mozione messa ai voti? Di questa "portavoce" (spero non dei De Lillo) mi ricordo adesso il nome sentendola per avere essa appena fatto in diretta un vivace intervento sulla finanziaria, dove tacciava di truffatore il presidente Bertinotti. Ne è seguito un putiferio, dopo il quale Elisabetta riprendeva la parola dicendo in sostanza di nuovo truffatore ma con una perifrase che non poteva prestarsi a contestazioni. Potenza e ambiguità del linguaggio. Non ricordo tuttavia nulla di ciò che ha detto al Gianicolo. Mi pare che il suo sia stato un breve intervento di saluto e di circostanza. Ammiro comunque la combattività della giovane deputatessa, ma spero anche di poter avere da lei anche contributi di pensiero, giacchè da un deputato ci si aspetta una funzione di guida e non solo di rappresentanza. Non mi dispiace affatto che con grande spontaneità abbia dato del truffatore a Bertinotti. Al suo posto, avendone l'immunità, io gli avrei detto assai di peggio! A lui e a quel Prodi al quale non mi è mai riuscito di dare un briciolo di credito e che considero l'insulsaggine in persona giunta alla guida di questo disgraziato e "impazzito" Paese. Devo tuttavia aggiungere che in linea di principio non mi sento tranquillo ad essere rappresentato da attrici, ballerine e simili con tutto il rispetto per queste professioni. Mi immagino il parlamento ideale – sulla scorta del pensiero di Platone – come il luogo dove sono raccolte le più scelte competenze e intelligenze di cui la nazione è capace. Invece, si sfrutta in tutti i partiti la notorietà televisiva di giornalisti, attori, attrici, cantanti, calciatori, pornostar, transessuali, violenti di piazza e simili per catturare determinate fasce di elettorato, evidentemente non ben consapevoli della funzione pubblica loro demandata con l'esercizio del voto un tempo appannaggio di una ristretta categoria e ora giustamente e condivisibilmente "universale". E' anche questo uno dei limiti della nostra imperfetta democrazia. Non mi sono comunque proposto di fare il cronista della manifestazione al Gianicolo e mi baso qui sulle mie impressioni. Per quanto riguarda Giro non posso condividere, pur stando nello stesso partito, la sua analisi della guerra. A lui vorrei dire quello che ho appreso dai miei maestri: nihil medium inter pacem et bellum. Non vi è nulla di intermedio fra la pace e la guerra! Mi è piaciuto sentirlo quando ha chiamati gli UDC ex alleati. Io non li ho mai considerati tali e ritengo un grave errore di Berlusconi averli preferiti come alleati ai radicali, con i quali erano inconciliabili e verso i quali credo sia stato posto un veto. Da allora FI ha sempre più gravemente ceduto verso la deriva clericale, di cui ritengo i De Lillo facciano parte. Gli UDC si augurano e lavorano per la rovina e lo sfaldamento di Forza Italia, nato come partito laico e liberale o almeno da me tale considerato, per poterne prendere le spoglie e far risorgere lo Stato pontificio nel corpo della Stato italiano. I piemontesi che avevano sfondato a Porta Pia pensando di creare uno Stato italiano sono stati invece sfondati loro e grazie a Mussolini, Togliatti e Craxi hanno allargato i confini dello Stato della Chiesa. Mi è invece molto dispiaciuto in Giro il suo qualificarsi pubblicamente come cattolico: non mi interessa e non mi riguarda! Caro Giro, »in privato« puoi essere anche musulmano o protestante, ma dal punto di vista politico è cosa che non deve essere messa sul tavolo! Credo che in questo modo sia te che i De Lillo o Scelli contiate di catturare un certo elettorato. Non so quale intesa e patto esista fra di voi. Non credo sia un caso che vi siate trovate tutte e tre uniti al Gianicolo. No so se riuscirete a catturare tutti i voti delle sacrestie, da tanti altri oggi ambiti e contesi, ma di certo alienate sempre più dal mio animo (e non solo dal mio) il cattolicesimo e la chiesa cattolica, contro cui non avrei nulla finché si mantengano in un ambito strettamente religioso. Così facendo, farete in modo che si sentano minacciati tutti gli italiani che la domenica non vanno a messa e non accettano dai parroci norme di condotta per la loro vita. Se riuscite a cacciarmi e a fare di Forza Italian un partito interamente confessionale e clericale, avrete vinto. Io finché posso, resisto e mi batto senza melensaggini e con energia (altro che »cuore azzurro«!) per salvare la laicità di Forza Italia. E' falso e sbagliato immaginare la vita di un partito come tarallucci e vino. All'interno di un partito può ben esservi tutta la tensione che esiste nel paese. Il vantaggio è che questa tensione può essere ricomposta in una sintesi superiore e soprattutto in modo nonviolento. La stagione del terrorismo, appena passata, dovrebbe insegnarci qualcosa. Il terrorismo forse non vi sarebbe forse stato affatto se i partiti avessero voluto e saputo attuare quello che l'art. 49 della costituzione aveva previsto. Al loro interno, cioè, i cittadini politicamente attivi avrebbero dovuto trovare il giusto e legittimo canale per concorrere alla formazione della politica nazionale, che oggi è appannagio di ristrette cerchie: questa guerra o »missione di pace« chi l'ha concretamente voluta? Io no! Essendo stati esclusi i cittadini dalla decisione concreta, perché i partiti sono quel che sono sempre stati, è stata logica conseguenza la funesta stagione del terrorimo. Ma restando alla ricorrenza di Nassiriya mi sembra politicamente sbagliato non riconoscere che lo spirito pubblico è mutato dal momento in cui si è vista restituire le salme dei suoi morti, ai quali ancora oggi va la solidarietà di ogni italiano che si senta tale. A tre anni di distanza oltre a ricordare con immutata simpatia la perdita in vite umane ogni testa che pensa e non importa a quale partito sia iscritta può ben porsi tante domande e nutrire tanti dubbi.

La manifestazione al Gianicolo ha voluto dare rilievo ad un certo Maurizio Scelli addirittura qualificandolo come un eroe in vita, al quale magari dobbiamo assegnare uno scranno senatoriale. Dico un "certo" Scelli perché per mia ignoranza il personaggio mi era fino a questo pomeriggio del tutto sconosciuto, ma esiste su di lui in rete perfino una scheda in Wikipedia ed un'abbondante documentazione che mi sto leggendo e studiando in questo preciso momento…. Non riporto la stessa documentazione a cui ognuno può accedere. Tento se mai di darne un giudizio, che potrò sempre rivedere se in piena libertà riterrò di poterlo fare. Non mi piace cadere vittima dei miei pregiudizi per non voler cambiare parere quando è giusto farlo. Intanto non è un carabiniere come in un primo tempo avevo creduto, tratto in inganno per aver letto nell'invito circa una "testimonianza". Per la verità sarebbe stato strano e forse poco commendevole un simile protagonismo da parte di un carabiniere. Si tratta invece del Commissario italiano presso la Croce Rossa. La sua nomina fu a suo tempo chiacchierata. La sua figura mi pare contrasti con il ruolo defilato che ci si aspetterebbe da un'organizzazione filantropica e umanitaria. Ma oggi i tempi sono cambiati ed il commissario si è buttato in politica presentandosi a varie tornate elettorali senza ottenere successo. Non posso non leggere la manifestazione di oggi come un nuovo tentativo agonistico con i De Lillo a fargli da sponda, i De Lillo dal «cuore azzurro» e direi anche infelice, facendo pensare ad un noto e stucchevole romanzo dei tempi passati. Anche se la documentazione è abbondante, gli elementi di giudizio raccolti mi sembrano sufficienti per un responso che enuncio in termini generali e senza necessario riferimento a Maurizio Scelli, su cui – ripeto – posso sempre mutare opinione. Mi esprimo con una breve similitudine. Se a un affamato giunto allo stremo e senza suoi propri mezzi per uscire da uno stato prossimo alla morte per inedia, io offro del pane e chiedo anche lontanamente e indirettamente qualcosa in cambio, io non ho fatto opera di carità cristiana o latinamente di humanitas, ma ho semplicemente e poco nobilmente approfittato di uno stato di bisogno altrui. Esistono nella nostra società e forse in ogni società una serie di ruoli, il cui esercizio impone regole e stili di vita. Penso ai giudici, ai preti, in una certa misura ai docenti e ai ricercatori (della cui corporazione faccio parte e sulla cui deontologia posso rispondere a chiunque me ne chieda conto!), ecc. Si offenda chi vuole, ma sono stato sempre scettico sul ruolo disinteressato di preti e monaci in Africa, Asia, America. Per non dire del nascente »cuore azzurro«, magari con una maglietta stampata Berlusconi come il buon papà di tutti che pensa a tutti. Trovo insomma incompatibile l'esposizione di Maurizio Scelli con il suo ruolo di rappresentante della Croce Rossa. E forse questo è stato il vero motivo del suo insuccesso elettorale e politico e l'errore politico di chi ne ha designato la candidatura in Forza Italia. Al Gianicolo non doveva neppure venire e se l'incontro voleva essere l'occasione per un'utile comune riflessione politica dovesa essere concepito e organizzato ben diversamente. Ma i De Lillo non sono uomini di pensiero, sono uomini di chiesa e vanno al sodo, al voto e al seggio. E qui mi fermo.

Venendo invece all'intervento di Scelli all'Hotel Gianicolo del cav. Mattiani – mio ottimo amico che a prima vista con mio stupore mi ha coinvolto per Forza Italia nelle elezioni comunali di Palmi, in Calabria – a me è parso assurdo e incredibile. A questo punto mi dispiace di non aver prestato maggiore attenzione e di non disporre di una registrazione. Mi è parso che per tutto il tempo si sia sforzato di dire che i nostri militari ovvero il personale italiano che stava lì non avevano nulla a che fare con la guerra, ma che si limitavano a curare le ferite di quelli che gli americani non ammazzavano! Ad un certo punto ha perfino detto che questo aiuto era stato rifiutato, ma mi sono distratto nel fastidio che il discorso mi suscitava e potrei aver equivocato. Se fossi un iraqueno, comunque, potrei ben capire ed avrei respinto, potendo, una carità che mi sembrasse pelosa. La sceneggiatura della manifestazione, mal congegnata e mal concepita, ha inteso chiaramente puntare i riflettori su uno Scelli candidato in rimonta, sponsorizzato dal »cuore azzurro« della numerosa famiglia De Lillo. Addirittura qualcuno ha parlato di lui come "eroe vivente" a dispetto di quelli che sono morti e che sono a me cari, senza alcun bisogno di considerarli eroi. Con queste cose, direi, andiamoci cauti se non si vuol rischiare di offendere i morti dopo averli mandati a morire, trasformando la tragedia in farsa. Francamente non mi pare che Scelli abbia detto alcunché di significativo in materia di pace e di guerra, concetti di cui non credo abbia la minima cognizione pur essendo egli stato un "testimone". Senza essere presentuso e senza essere un militare o un testimone sul campo, ma semplicemente per miei obblighi di studio sono molti anni che rifletto sui testi classici riguardo a ciò che è guerra o pace. Da Scelli non apprendo proprio nulla e mi piacerebbe poter apprendere qualcosa da chiunque. Si può infatti essere protagonisti e testimoni di eventi che tuttavia non si è in grando di comprendere. Ciò detto, non intendo minimamente diminuire i suoi meriti quali che siano, ma se si tratta di ragionare preferisco farlo con la mia testa. Non mi sembra che sia dopotutto onorevole per i caduti dimenticare il loro status di militare per farne una sorta di infermieri ospedalieri, o idraulici, o operai tuttofare. Stavano lì per caso e sono morti per sbaglio: logica conclusione tratta dai discorsi fatti. Erano dei soldati e la prima competenza di ogni soldato è la guerra, cioè una cosa maledettamente seria dove si uccide e si muore per davvero, non per finta come nei film. La guerra non è come un pranzo di gala, o una partita di pallone, o una gita in barca, o una corsa in macchina. La guerra è la guerra.

Nascondere o negare che i nostri soldati stavano ed operavano nel contesto di una guerra che ormai è ritenuta tale da ognuno senza ombra di dubbio è cecità politica. Le persone semplici che questa sera stavano nel lussuoso albergo erano pronti ad applaudire ogni volta che si toccava le corde del cuore. (A proposito: gli ineffabili fratelli De Lillo hanno varato il "cuore azzurro", ma sono dei ginecologi, nemmeno dei cardiologi. Che io sappia. Chiusa la parentesi). Non bisogna abusare della loro testa e della loro capacità di comprendere e ragionare. Ogni giorno la guerra si rivela senza vie di uscita... Ho appena sentito al TG della sera in un servizio dagli USA un veterano della guerra del Vietnam che diceva a proposito dell'Iraq che pure la guerra in Vietnam era cominciata in sordina. Abbiamo mandato senza necessità i nostri soldati nel Vietnam a combattere una guerra che non è la nostra... Poco cambia che i nostri soldati non abbiano sparato un colpo e si limitassero a curare i feriti fatti dai marines statunitensi. Non credo che la gente su questo dato di fatto elementare di assoluta evidenza si lasci prendere per i fondelli.

Se responsabilità politica vi è stata, bisogna sapersela assumere. Solo così si potrà aprire una nuova pagina. Altrimenti si costruisce il mito e non si aggrega il popolo, ma solo la propria clientela elettorale. Se pensiamo alle tragedie fortunose della seconda guerra mondiale nella quale ci portò Mussolini, il quale avrebbe potuto rimanere in sella come Franco se non avesse fatto quell'errore fatale di tentare la sorte in guerra. Negare la realtà delle cose per calcoli elettorali è meschinità politica. Quel matto di Pannella va ripetendo che Israele è lo 0,2 per cento della popolazione e del territorio mediorientale. Se noi europei, dico noi europei, vogliamo la pace, dobbiamo costruirla con il 98,8 per cento dei paesi medioorientali, non con lo 0,2 per cento che di pace non ne può volere, essendo il suo un vizio di nascita. Se Israele come Stato ha bisogno di ottenere il suo riconoscimento, può ottenerlo solo dal 98,8 per cento degli Stati medioorientale. L'Occidente non può imporre il riconoscimento di Israele al 98,8 per cento del Medio Oriente. Se l'Occidente, o meglio l'Europa esclusa la Gran Bretagna che ha sempre sabotato e affossato l'Europa, deve sceglere fra il 98,8 per cento e lo 0,2 per cento, la decisione è evidente. E non gabelli l'ovvietà della decisione, necessaria per una pace stabile e duratura, con le "balle" su antisemitismo e olocausto, cose che nulla hanno a che fare con l'odierno Stato di Israele, che è un mero agente imperiale degli USA in Medio Oriente. Ma qui mi fermo perché dovrei svolgere un discorso impegnativo per dire che occorre stare con gli arabi e non con Israele, focolaio di guerra, che ci trascinerò sempre più in una nuova guerra mondiale di cui sarà sempre l'Europa a fare le spese a beneficio di USA e Gran Bretagna come già per le due precedenti guerre mondiali.

Concludo questa nota disorganica e stanca con un ricordo di sincero compianto per i carabinieri morti in Nassirya al di là di qualsiasi valutazione di politica interna nell'area di militanza che mi sono scelto e malgrado qualche ombra che sminuisce tutta la »missione« e di cui vorrei conoscere le conclusioni giudiziarie. Non ho ben capito se la manifestazione è stata messa in scena dai fratelli De Lillo, che hanno prefato e introdotto annunciando una nuova organizzazione cui hanno dato il nome di "cuore azzurro". Ed in effetti mi è parso che molto ci si sia appellati al buon cuore dei presenti che non potevano non applaudire (cosa più adatta al teatro) al nome dei morti, per i quali forse occorrebbe avere più rispetto e lasciali riposare in pace. Meglio è stata la cerimonia ufficiale di questa mattina al sacrario. Non ne ho avuto notizia. Ci sarei stato a commemorare. Ma se quella di questa sera una riunione politica doveva essere si doveva lasciare spazio al giudizio politico, che non è un pranzo di gala o un "volesemo bene" (cuore azzurro), ma è rischio esistenziale dove appunto ci scappa il morto, che magari muore per una politica che non fatto lui ma che gli è stata imposto dai Soloni che non rischiano nulla. Come cittadino (e calabrese) non mi va giù la morte del calabrese Calipari, la cui difesa presso il grande Alleato mi è parsa quanto mai deludente. A pesci in faccia per quel che so e ricordo: bella ricompensa per essere andati ad una guerra non nostra e che non ci riguarda. Ancora più mortificante come cittadino la licenza di cui gli agenti CIA godono di poter rapire chiunque loro piaccia in territorio italiano o europeo: se questa non è una condizione di stato vassallo, mi chiedo cosa altro occorra vedere per capire le conseguenze della perdita di sovranità avvenuta in quel lontano 1945. Che gli arabi non vogliano per loro quel 1945 posso ben comprenderli.

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1 commento:

Massimo Caracciolo ha detto...

SONO COMPLETAMENTE D'ACCORDO.
CIAO
MASSIMO