martedì, aprile 10, 2007

Nuove dall’Afghanistan e dall’Iraq

In un mio articolo sulla vicenda del rapimento Mastrogiacomo avevo posto una relazione fra le trattative per la sua liberazione e la tenuta del governo. Non dispongo chiaramente di servizi privati di intelligence o di sofisticati mezzi di informazioni. Quella mia congettura è ora dimostrata dalle dichiarazione del capo del governo afghano, subito puntualmente smentite dal nostro governo. Dice l’Afghano: se non avessi liberato i guerriglieri, sarebbe caduto in Italian in governo Prodi e quindi sarebbe venuto meno qualsiasi forma di aiuto italiano al mio regime. Abbiamo visto che per il resto la dottrina democratica dell’eguale dignità delle vite umane non ha trovato applicazione nella terra liberata: un afghano vale di meno.

Ho potuto ascoltare in registrazione notturna da rado radicale un’intervista ad un esponente politico iraqueno. I morti civili sono oltre seicentomila, non sessantamila come avevo inteso l’altra sera in qualche salotto televisivo: si sono persi uno zero. Non vi è dubbio che la situazione post-saddam sia peggiore da quella con Saddam. I disegni imperiali americani sono evidenti per chiunque non siano schierato in modo preconcetto. Si sono aperti i musei e ci si è preoccupati del solo petrolio. A proposito di musei ha circolato poco una notizia di cronaca giudiziaria che ci riguardava: per carità di patria mediaticamente non si è insistito su questa vicenda moralmente molto più grave delle frequentazioni notturne di Sircana, portavoce del governo Prodi.

Che fare? Non tocca a me dirlo. Non ho alcuna responsabilità come non ne hanno tutti i cittadini che ad ogni tornata elettorale vengono portati alle urne come mucche con un anello al naso: è questa la nostra democrazia. Trapantiata in Iraq o in Afghanistan, instaurerebbe in terra il regno della felicità. Lo stesso intervistato iraqueno osservava a questo riguardo che è impensabile l’idea di poter trapiantare in Medio Oriente tali e quali le istituzioni europee, che stupidamente vengono da noi addotto come universali nel tempo e nello spazio. Quasi fossero una sorta di categorie logiche aristoteliche. È ora di pensare non alla democrazia in Iraq, ma alla democrazia in casa nostra. Ne abbiamo piena la bocca, ma non sappiamo cosa sia e soprattutto non ne vediamo i vantaggi.

Non avevano nessun piano. O meglio: i campioni della libertà volevano solo abbattere Saddam e mettere le mani sulle risorse petrolifere, “lasciando aperti i musei”. Se anche domani, sulla spinta delle ondate di protesta dei cittadini americani, le armate di Bush lasciassero con la coda fra le gambe le martoriate terre iraquene, il paese piomberebbe in un caos ancora maggiore. Era già difficile per gli stessi iraqueni governare il loro paese. Sarebbe un ingenuo chi avesse creduto che Bush potesse tirare fuori dal cassetto i piani occorrenti per impiantare l'amministrazione civile di un paese di cultura radicalmente diversa da quella occidentale con la stessa facilità con cui si estrae una bottiglia di Coca cola dalla suo box a gettoni. Si è addirittura fatta un’aggressione con una bugia vera e propria: i pretesi armamenti. Questa menzogna dovrebbe rimanere fissa nella nostra memoria a documentazione imperitura di come possiamo venir presi per i fondelli. E questa la chiamano democrazia!

Allibisco pensando al nostro principale apporto all’Afghanistan: noi dovremmo impiantare il modello di giustizia afghano. Allo stesso modo in cui si impianta una fabbrica o un qualsiasi marchingegno si pretende di installare un ferrovecchio di giustizia che non funziona neppure a casa nostra. Il sistema giuridico e giudiziario di un paese è profondamente connaturato con il suo essere e con il suo sviluppo. Pretendere di travasarlo da un paese all’altro è pura logica coloniale. Pensare che gli italiani sia così profondamente versati in cultura afghana e mediorientale da poter loro sapere quali siano per i poveri afghani le migliori istituzioni che loro si adattano pare a me il colmo della follia al governo del nostro paese. Oltretutto i nostri militari in Afghanistan non sono certo dei Soloni. È dubbio se abbiano fatto le scuole dell’obbligo in Italia, se conoscono decentemente la lingua italiana, se sanno leggere scrivere e far di conto. Figuriamosi se conoscono una parola di afghano. Devono loro scrivere in afghano i codici, le leggi, le circolari e quanto altro occorre per creare un sistema giudiziario. Gli stessi soldati si mettono a far da giudici, pubblici ministeri, cancellieri? Sembra una bufala eguale alle fantomatiche armi di Saddam, che però sono servite per giustificare un’invasione del tutto gratuita.

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