mercoledì, aprile 25, 2007

Malgieri: Il centrodestra non resti a guardare la svolta storica del Pd

Con il consenso dell’Autore pubblico nel mio Blog l’articolo apparso oggi 25 aprile 2007 a p. 2 de “Il Riformista”, di cui si conserva la titolazione originale. Gennaro Malgieri interviene nuovamente su un tema al quale è assai sensibile: la costruzione del partito unico del centrodestra. Il quotidiano diretto da Paolo Franchi contiene altri articoli di commento ai congressi di scioglimento rispettivamente del Ds e della Margherita per dare vita al nuovo soggetto politico che assumerà il nome di Partito democratico (Pd). L’editoriale di Peppino Caldarola così esordisce: «Il Partito democratico c’è. Quello che sarà è impossibile immaginarselo». L’analisi prosegue senza che si capisca bene il punto di vista ed il punto di approdo. Forse si può arguire qualcosa dal titolo, che però spesso nei giornali è quanto mai arbitrario e volto ad attirare l’attenzione con effetti scenici: “È rimorto il Pci. Da oggi siamo tutti più liberi”. Ancora l’editorialista Calderola scrive: “Una delle cose più azzeccate che ho scritto in questi mesi è che in ogni ex comunista cova un Adornato”. La cosa mi preoccupa non poco, perché oggi Adornato insieme con Malgieri ed altri si occupa del progetto del partito unico di centrodestra. Il mio timore è che non si sia portato appresso il vecchio vizio del compromesso storico. Ad alcune riunioni a cui ho partecipato mi è parso che Adornato sacrificasse la laicità dello Stato alla convenienza politica di tenere insieme laici e cattolici. Pur non essendo io un anticlericale o un mangiapreti il progetto mi trova contrarissimo. Sono un sostenitore della rigida separazione fra Stato e Chiesa ed un assertore del principio della libera religiosità dei cittadini come luogo dello spazio privato. Mi oppongo tutte le volte che si parla del cattolicesimo come spazio e funzione pubblica. Sono perfino un sostenitore dell’abolizione del Concordato, dell’otto per mille e di ogni regalia e privilegio alle chiese. Se sarò minoritario, mi auguro che nel nuovo partito di centrodestra ci sia almeno spazio per queste mie vedute, Adornato permettendo. Ma per non andare oltre in queste righe ad una modesta presentazione del pezzo forte di Gennaro Malgieri, autorevole per il ruolo che riveste, termino con una citazione a memoria da Carl Schmitt, che nel 1928 in piena Weimar così criticava i Casini odierni: posto che A disponga di 48, B di altri 48 e C di 4, sarà C a decidere ed a tenere in scacco sia A che B a seconda con chi decida di allearsi. Questa critica del 1928 vale perfettamente per la nostra situazione costituzionale del 2007, con un’aggravante: vale sia fra i due poli che all’interno di ogni singolo polo. Già una volta la Lega ha fatto il ribaltone e di recente l’UDC Follini ha ricattato in ogni modo ed a più riprese il “polo delle libertà”, per poi infine dare il calcio dell’asino. Casini crede di ingannare la gente, ma si sta preparando a fare la stessa cosa. Aspetta l’occasione buona. Urlano come maiali scannati i vari Mastella che in una logica rigidamente bipolare non avrebbero più spazio per i loro ricatti sistematici. Non mi pare dubbio che sia un fatto altamente positivo la semplificazione della geografia politica. Mi auguro che sia l’uno sia l’altro polo siano spazi effettivi di libertà per il singolo cittadini nello spirito dell’art. 49 della costituzione, sempre eluso e mai attuato.

Antonio Caracciolo



GENNARO MALGIERI

Il Pd rappresenta una svolta storica
Il centrodestra non resti a guardare

Chi è critico teme di non poter vivere più di rendita
An e Forza Italia accelereranno verso la loro fusione

È innegabile. Comunque lo si consideri e quali che siano gli esiti organizzativi, strutturali ed elettorali, la nascita del Partito democratico, pur con tutti i limiti evidenziati dagli osservatori e le preoccupazioni espresse dai promotori, ha terremotato gli assetti politici e rimesso in movimento lo stanco bipolarismo italiano. Si discuterà a lungo sulle prospettive immediate e sull’identità del nuovo soggetto; non mancheranno critiche e perplessità sulle modalità della formazione di un partito necessariamente complesso, tanto da parte di chi è direttamente coinvolto, quanto da chi assiste interessato al dispiegarsi del progetto. Ma non c’è dubbio che l’operazione è di quelle storiche, destinata a lasciare una traccia profonda, i cui effetti si riverbereranno anche sulle altre forze politiche e sulla loro prevedibile ristrutturazione. È questo, al netto dei giudizi di merito, inevitabilmente controversi e non soltanto per ragioni di appartenenza, che emerge inequivocabilmente dallo scioglimento parallelo della Quercia e della Margherita, convergenti nel dare vita al Partito democratico, il cui travaglio non può essere sottovalutato da nessuno, neppure dai detrattori più ostinati, dai quali, mentre si attende che mettano l’accento sulla difficile compatibilità tra le anime del movimento nascente, ci si aspetta pure che valutino serenamente quanto sta accadendo nel centrosinistra (e oltre). Sottacere, infatti, che l’«avventura» del Partito democratico è una formidabile spinta alla semplificazione e alla modernizzazione del sistema, sarebbe ingiusto e miope. Come pure incanaglirsi, per mero spirito polemico, sulle questioni inerenti la leadership, la formazione della classe dirigente, la elezione dei delegati, l’adesione o meno al Pse, il rapporto (eventuale) con il Ppe, significherebbe non comprendere la portata di una svolta sulla quale è lecito, ripeto, nutrire tutti i dubbi e le perplessità che si vogliono, ma non cavarsela rinchiudendola, ancor prima di averne sperimentato le conseguenze, nel retrobottega dei trovarobe dei novisti della politica.

Ho il sospetto che la liquidazione preventiva (non a caso annunciata proprio dalle forze della sinistra e dai centristi collocati marginalmente nell’Unione) del Partito democratico sottenda paure e debolezze da parte di chi immagina di vivere di rendita nell’ambito di un bipolarismo lacerato e ogni giorno di più devitalizzato. Si teme da costoro una legge elettorale che conferisca un premio di maggioranza al partito vincente e non più alla coalizione, circostanza che impedirebbe (grazie anche a una congrua soglia di sbarramento) la frammentazione e, dunque, la precarietà di governi ricattati costantemente da formazioni minori senza molto seguito, ma con un potere di interdizione che impedisce il dispiegarsi di una democrazia decidente che è il fondamento del bipolarismo. Se questo è vero - e al momento tutto lo lascia intendere - vedremo presto all’opera soggetti diversi che tenteranno sperimentazioni ancor più ardite di aggregazione (tutt’altro che biasimevoli, sia chiaro) al fine di riposizionarsi, abbandonando anacronistici egoismi identitari al fine di trovare convergenze possibili attorno a progetti condivisi. Nel bene e nel male, che riescano o meno, ipotesi del genere sono immaginabili soltanto perché il Partito democratico è una realtà già operante (per quanto in via di definizione sotto il profilo organizzativo, ma non solo). E, dunque, continuare a ironizzare su di esso è segno di un nervosismo che mette allo scoperto il vissuto politico di un ceto inadeguato a comprendere che le trasformazioni del sistema sono possibili, al di là delle declaratorie di principio, soltanto se i partiti sono disposti a riformare se stessi, a mettersi in discussione, a provare ai cittadini che sono al passo con i tempi, capaci di immaginare il futuro e di dare vita anche a nuove ideologie, se così posso esprimermi nel tempo del rifiuto aprioristico di qualsivoglia tendenza «ordinatoria» della realtà secondo sensibilità e culture prodotte dalla modernità.

Chi non ha ironizzato, giustamente e responsabilmente, sulla costituzione del Partito democratico è stato il centrodestra. Anzi, a essere più precisi, i due maggiori partiti dell’opposizione, vale a dire Forza Italia e Alleanza nazionale. Per rispetto verso un soggetto indiscutibilmente innovatore? Certamente sì. Ma anche, e soprattutto, perché l’operazione avvenuta sul lato sinistro dello schieramento politico innesca inevitabilmente un’accelerazione tendente allo stesso risultato sul lato destro. Lo ha detto Berlusconi, lo ha ribadito Fini, si sono espressi in questo senso i vari esponenti dei due partiti. Le ragioni, al fondo, sono le stesse che hanno indotto Quercia e Margherita a fondersi. Con una differenza: il sentire politico e culturale dell’elettorato, prima che delle classi dirigenti, di Forza Italia e di Alleanza nazionale è lo stesso; differenze di fondo è difficile coglierne; c’è un percorso comune più che decennale che ha portato all’affinamento e alla com
patibilità tra i due soggetti al punto che nel novembre del 2005 venne sottoscritto, con il concorso di intellettuali e politici, un «manifesto dei valori» che costituisce ancora oggi un documento programmatico sul quale innestare un lavoro impegnativo per raggiungere l’obiettivo della costituente del Partito delle libertà, d’impronta nazional-conservatrice.

L’Udc e la Lega non ci staranno, si ricorda. Resterà un rammarico, ma nulla di più. Del resto niente impedisce che grandi formazioni politiche possano allearsi con partiti più piccoli i quali faranno le loro scelte come riterranno più opportuno. Quel che non è più accettabile è rimandare ancora, da parte di chi peraltro è convinto che l’avvenire dell’attuale opposizione passa attraverso il «fusionismo», come Barry Goldwater battezzò l’unione di tutte le forze antiprogressiste americane nel 1964, l’avvio di un cammino che contribuisca a completare la riforma del sistema democratico italiano. Nel centrodestra, insomma, va aperto un nuovo cantiere. Con lo spirito giusto, senza fingere di innovare perché tutto resti uguale. Si rimettano in discussione le identità, ci si liberi da questa gabbia infernale, le si giochi su un tavolo dove si contaminino e fecondino al fine di dare vita a una nuova alleanza, a una identità che superi gli antichi schemi e si proponga quale raccolta delle istanze emergenti – dai diritti dei popoli alle nuove povertà, dagli impatti climatici sui destini delle genti ai nuovi modelli di autorità e di libertà che si sperimentano spesso nostro malgrado, ai totalitarismi inediti generati dal pensiero unico al dialogo tra le culture, alla difesa di tutte le sovranità - coniugate con un sentimento della tradizione che non significa continuità politica, ma radicamento in un sistema di valori irrinunciabili. Le idee ci sono, il tempo fugge. Non è più consentito tapparsi le orecchie per non ascoltare «i domani che contano»

GENNARO MALGIERI

Vedi anche: Perché riscrivere il Novecento

1 commento:

Biby Cletus ha detto...

Nice post, its a really cool blog that you have here, keep up the good work, will be back.

Warm Regards

Biby Cletus - Blog