domenica, marzo 26, 2006

La corporazione politica: riflessioni sul presente

Al di là di ogni rilevazione sondaggistica (con risposte viziate dalle domande) e di ogni comunicazione verticale televisiva (i leaders che parlano alla TV e tutti gli altri che ascoltano inerti nelle loro case) mi sforzo di riflettere spassionatamente su questa ennesima campagna elettorale, che io definirei un carnevale, dove il cittadino elettore si rassegna alla sua effettiva impotenza. Quando parlo di Cittadino intendo quel cittadino che non si trova organicamente impigliato in un qualche sistema di interessi che lo rendono dipendente da qualcuno o qualcosa. In questo caso non si trova egli in una condizione ideale di libertà e tutte le chiacchiere sulla democrazia dovrebbero essere verificate in un riscontro con una realtà non proprio edificante. La libertà non è mai donata da qualcuno, ma è il risultato di una faticosa conquista e di una lotta che si svolge all'interno della propria coscienza innanzitutto e poi in un sapersi porre liberamente e pacificamente davanti all'altro.

Immaginiamo comunque una situazione nella quale un cittadino ed elettore maturo e libero possa dare un giudizio su ciò che i suoi occhi possono osservare e le sue orecche ascoltare. Ebbene, nell'apparente contrapposizione degli schieramenti noterebbe una sostanziale omogeneità del ceto politico. L'ultimo dei parlamentari (nazionali o regionali) gode di condizioni economiche e di privilegi che lo pongono di molto al di sopra del comune cittadino. Nel dibattito sui diritti delle unioni di fatto, per le quali grande è il clamore suscitato, si è potuto ad esempio apprendere da un deputato (Diliberto) che essi godono di privilegi negati ai comuni cittadini: la convivente di un deputato ha diritto alla pensione di reversibilità. Un altro deputato (Pecoraro Scanio) ha avuto l'impudenza di ricordare che l'80 per cento degli elettori si era pronunciato parecchi anni or sono sulla questione delle centrali nucleari, mentre tace del fatto che gli stessi elettori per oltre il 90 per cento si erano pure pronunciati contro il finanziamento pubblico dei partiti. Ma su questo punto sono stati unanimente disattesi da tutti i parlamentari (dall'estrema destra all'estrema sinistra).

Tutti questi signori lottano per uno stesso obiettivo: lo scranno parlamentare che ad ognuno di loro porterà vantaggi differenziati, ma all'ultimo di loro sempre una condizione di gran lunga superiore a quella del cittadino medio. Non vi sarebbe tanta ressa se la rappresentanza politica non fosse remunerata. I "programmi" sono una presa in giro. Una volta che si avranno le mani in pasta, si vedrà: così ragionano tutti. Saranno le situazioni oggettive a richiedere decisioni oggettive in barba ad ogni dichiarazione elettorale e soprattutto in barba a quelli che ci avranno creduto. Mi è capitato più di una volta di essere irriso dal deputato da me eletto che mi dava del fesso per averlo votato. Non pretendevo da lui posti o favori di nessun genere, ma soltanto una spiegazione politica del suo comportamento politico. Una volta saliti agli onori, trovano strane ed inaudite simili pretese. Sono appunto degli "onorevoli" che in nome della democrazia pretendono cambiali in bianco.

Berlusconi era ed è al di fuori di questa corporazione. Ricco già di suo, non ha bisogno di porsi gli stessi obiettivi personali di quanti si sono dati alla politica partendo con le "pezze al culo". Diffido molto più di questi che non di un Berlusconi. Sta perdendo non già perché rischia di non vincere le elezioni, ma perché ha disatteso le speranze di quanti pensavano che potesse essere un grimaldello contro gli abituali andazzi della politica. La corporazione politica largamente trasversale si sta coalizzando tutta contro di lui. I suoi peggiori nemici non sono gli avversari di sinistra, ma gli alti dirigenti del suo stesso partito, gli uomini che lui ha messo in parlamento, quanti hanno goduto dei vantaggi da lui procurati. Il suo errore fondamentale è stato quello di non aver saputo riformare fino in fondo il sistema della partecipazione politica. Hanno prevalso i notabili anche all'interno del suo stesso partito. Tra l'uno, i "poteri forti" ed il popolo non ha saputo stabilire una connessione permanente con il popolo che soffre maggiormente l'oppressione delle camarille corporative che non il predominio dell'uno: questa alleanza vincente è chiamata "populismo" dai gruppi di potere trasversali che la temono fortemente. Non penso tuttavia che la partita sia definitivamente persa. Paradossalmente credo che sarebbe salutare una sconfitta elettorale se questa significasse un bagno di umiltà negli organi dirigenti di partito ed una profonda democratizzazione interna. Se la sinistra vincerà, potrebbe essere una vittoria di Pirro, considerando le difficoltà oggettive del paese alle quali difficilmente il governo in carica (quale che sia) sarà in grado di porre rimedio.

Il partito nuovo che dovrà nascere non può essere affidato alla sapienza ingegneristica di un Ferdinando Adornato: nascerebbe già vecchio e defunto. Bisogna spezzare i legami clientelari con i singoli notabili ed unire tutti gli elettori dell'area del centro destra in nuove strutture di partito. La laicità è una condizione imprescindibile per la creazione di un nuovo movimento politico. Se si considerano le parrocchie come riserva elettorale alla quale attingere, ciò significa che non esistono aggregazioni politiche territoriali. Si tornerà all'epoca dello Stato pontificio e la breccia di Porta Pia non ha significato nulla.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Analisi inappuntabile

Cristian

Silvio ha detto...

Caro Professore benvenuto in tocqueville. E' coraggioso ad esprimere le Sue idee pur esercitando una professione in un ambito, quello universitario così schierato. Sono felice che nell'Università ci sia ancora qualcuno anticonformista. Per tutto, in bocca al lupo.