giovedì, marzo 15, 2007

La strategia mediatica della diversione

Solo qualche raro articolo di stampa richiama l’attenzione degli italiani sull’imminenza dell’entrata in guerra in cui sta precipitando la nostra unità geopolitica sintetizzata con il nome Italia: Battaglia tra italiani e talebani. Appena sentii la notizia del giornalista italiano rapito in Afghanistan e quella successiva dell’ultimatum con cui gli afghani chiedevano il ritiro delle nostre “truppe di pace”, mi sono fatto una mia rappresentazione degli eventi reali e mediatici che ne sarebbero seguiti. Intanto la notizia non doveva trovare risalto nell'apparato mediatico italiano, non perché ubbidisca ad un Goebbels che detta i più minuti dettagli di ciò che deve essere comunicato. Più efficace è la distribuzione policentrica e “democratica” con cui gli organi deputati alla “formazione” e all’espressione della cosiddetta opinione pubblica stabiliscono di volta in volta i superiori interessi di regime e di governo. L’autocensura è di gran lunga più efficace della censura. Chi lavora in un giornale della carta stampata sa da chi riceve il proprio stipendio, vuol fare carriera nella politica ed ha un suo partito di riferimento, nelle cui liste si trova spesso candidato dopo aver dismesso i panni del giornalista. Molti politici di primo piano hanno per loro titolo professionale la sola qualifica di “giornalista”.

Insomma, io mi sono immaginato che il giornalista di cui ieri ho potuto vedere il filmato non avrà la stessa attenzione riservata dall'allora governo Berlusconi alla giornalista Sgrena, che si era tra l’altro messa in pericolo lei stessa e cacciata nei guai in ostilità al governo Berlusconi. Ci rimise la pelle il funzionario Calipari. La sua vedova, credo per meriti vedovili, si trova ora in parlamento, con pensione assicurata per la sua vecchiaia. Nessuno mi toglie il sospetto che il governo abbia sganciata soldi ai rapitori della Sgrena: i governi mentono ordinariamente per ragioni di Stato. Dagli Alleati Usa siamo stati umiliati in tutti i modo possibili, ma ancora sono in molti (a destra, centro, sinistra) a professare la retorica della fedeltà, della democrazia, della liberazione, della pace, dell'Onu e della sua miracolosa “egida”, ecc. Il giornalista di “Repubblica” (mi auguro di sbagliare!) è destinato a morire facendo meno notizia possibile. Ed in effetti in questi giorni la diffusione del filmato che lo vede prigioniero è sommersa da altre notizie: storie vere, presunte, futili di vallette e deputati; Putin e Cecenia; notizie economiche; Brambilla all’assalto, ecc.

Richiamare l’attenzione sulla minaccia di morte al giornalista italiano di “Repubblica” pronunciata dai Talebani (che non credo scherzino) e sulla loro richiesta di ritiro delle nostre “truppe di pace” dal suolo afghano significa far acquistare consapevolezza del problema al cittadino italiano, cioè a quel povero cristo che ogni giorno è alle prese con i problemi del vivere quotidiano. Altre volte nella sua storia il popolo italiano si è trovato coinvolte in guerre di cui poi non sapeva spiegarsi l’origine, il come, il perché. Spesso le grandi guerre sorgono come gli incendi da una piccola scintilla. Dopo diventano imponenti ed ingovernabili. Le loro conseguenze saranno sentite dalle presente e dalle future generazioni.

A malapena il governo in carica si è salvato al Senato dal voto di fiducia proprio su questione di guerra in Afghanistan. Il finanziamento della “missione di pace” (Ipocrisia che ci governa!) sarà di nuovo oggetto di votazione e la tenuta del governo sarà nuovamente messa alla prova se nel frattempo avranno ucciso il giornalista e se altre uccisioni dello stesso genere e con la stella motivazione seguiranno. Il centro-destra non ha mai fatto mistero del suo filoamericanismo che significa disponibilità a seguire i governi americani in tutte le guerre che intendono fare nel mondo. Per la sinistra basta che ci sia l'egida dell’Onu. È fittizia la contrapposizione fra centro-destra e centro-sinistra: vige il comune interesse oligarchico e trattasi di un ceto politico abbastanza omologato e con differenziazioni marginali, che possono alimentare dibattiti televisivi ma che non offrono ai cittadini vere alternative nella conduzione del Paese, di un paese che naviga come un battello senza timoniere.

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