mercoledì, marzo 21, 2007

Talebani si, Talebani no.

La politica interna e internazionale si va facendo sempre più ingarbugliata. Le parole escono dalla bocca di quanti hanno pubblica risonanza, ma ciò non significa che le cose siano più chiare e convincenti quanto più autorevoli sono le bocche che pronunciano verbo. Anzi capita più spesso il contrario: quanto più è la fonte tanto meno appare credibile. Il detto anarchico secondo cui i governi abitualmente mentono trova nella nostra epoca il suo più evidente inveramento.

Dei tanti problemi ingarbugliati ne isolo qui uno solo. Da quando gli uomini usano farsi la guerra, e cioè dalla notte dei tempi, gli uomini si uccidono a vicenda senza particolari regole da osservare. La principale uccidere anziché farsi uccidere. Con il tempo e l’incivilimento si è tentato di disciplinare la guerra più per reciproco interesse che non per bontà d’animo. La ragione dice che la più sicura garanzia della vita è la pace, ma se questa proprio non è possibile, allora diventa necessaria la guerra, che non è una partita di calcio, ma un evento la cui conclusione è la morte o la debellatio di uno dei contendenti.

Non per altezza di ingegno, ma soltanto per buon senso alleggerito dai paraocchi dell'ideologia e dei pregiudizi, un politico di governo (Fassino) ha detto che in un aspicabile tentativo di far pace, bisognerebbe invitare innanzitutto le parti che la guerra la fanno. Immaginate la celebrazione di un matrimonio dove compaiono tutti eccetto gli sposi. Fassino ha perciò detto che i principali soggetti della guerra (di invasione) sono i cosiddetti talebani, o meglio i senza nome che però hanno già sconfitto i russi e tutti quelli che in passato si sono avventurate in un territorio segnato dalla carta geografica con il nome di Afghanistan. Sono gli stessi, ovvero i discendenti, che ora tengono in scacco la superpotenza Usa che in base al trattato Nato ci hanno ambiguamente trascinato fin lì, armati di tutto punto, ma in missione di pace. Ho sentito ieri il rappresentante di emergency che è rimasto allibito di fronte alla cifra per il finanziamento puramente militare (cartucce, polvere da sparo e e su a salire) della “missione di pace”: con quei soldi potrebbe riempire la terra di ospedali per tutti i feriti di guerra, non importa di quale parte e bandiera!

La levata di scudi contro il povero Piero Fassino è stata quasi unanime. La pace sì, ma con i talebani non si parla. Non giova osservare che la guerra i talebani la fanno ed al momento dimostrano di essere i più forti, tenendo in scacco gli Usa e facendo fare agli italiani una pessima figura con la vicenda del giornalista di Repubblica, Mastrogiacomo, il cui nome mi era prima del tutto ignoto, ma non ricordo che mai abbia potuto illuminarmi su ciò che succede nel mondo. Per saperne di più e meglio di quanto lui possa raccontarmi su Repubblica, che non compro in edicola, mi basta mettermi in chat line con i miei corrispondenti di tutto il mondo, con i quali comunico oltre che in italiano in un passabile inglese, tedesco, francese, spagnolo. Il giornalismo tradizionale dei corrispondenti non ha più la stessa indispensabilità di un tempo. Anzi vi sono spesso fondati motivi per diffidarne, potendo ritenere che le loro notizie sono comunicate dai governi per loro interessi di propaganda di guerra. Quel giornalismo credo sia finito e non lo rimpiango. Da Sgrena a Mastrogiacomo l’unita italica etica che si è chiaramente delineata è la filosofia della pellaccia al di fuori di ogni altro contesto di solidarietà politica, concetto estraneo a governi che non hanno soggettività e dignità politica. Ma è altra materia. Adesso cerco di chiudere la mia riflessione sui talebani e di tornare poi al mio proprio lavoro.

Si dice che i talebani siano dei “terroristi” e con i terroristi non si tratta, anche se hanno il potere di darci la morte. Ci uccidono e non esistono. Rapiscono i nostri giornalisti di regime, ne ottengono il riscatto richiesto, ridicolizzano i quattromila militari armati di tutto punto e di stanza in “missione di pace”: non una pace con in mano crocefissi e ramoscelli di ulivo, ma le sofisticate armi moderne di distruzione. In quattromila non sono riusciti a proteggere un giornalista di regime, che non avrebbe riportato a casa la sua pelle senza la mediazione di un soggetto extragovernativo: emergency. Vale a dire un ospedale che se deve curare un talebano ferito non gli dice: no, tu no! Non esisti! E quindi sei già morto.

Ho sempre trovato ambiguo ed inconsistente il termine “terrorista”. Cosa significa terrorista? Chi è il terrorista? Sono tutti uguali i terroristi cui viene dato questo nome? I governi stesso possono essere terroristi e fare politica terrorista? Clemente Mastella è un terrorista quando minaccia di galera un innocuo ed inerme professore che armato magari solo di penne d'oca pensa di scrivere un libro su temi coperti da interessi di regime? Credo che il merito di Piero Fassino sia di aver posto interrogativi non già ai suoi colleghi di governo che sono parte interessata al nascondimento delle tante verità nascoste del nostro tempo ma ai più ingenui cittadini che vengono in tal modo raggiunti attraverso i grandi mezzi di diffusione. Si instilla nella loro testa un germe di dubbio e di riflessione che può fruttificare nel tempo.

In realtà, la politica della Superpotenza, che abilmente nella guerra dei Trent’Anni (1914-1945) ha definitivamente tolto dal gioco politico le piccole potenze europee, mira alla creazione di Stati fantocci, detti democratici, con i quali trattare. Pertanto, alla conferenza di pace dovrebbero partecipare tutti le potenze più o meno interessate (il governo fantoccio di Kabul, Pakistan, Iran, Russia...) i quali dovrebbero trovare il loro accordo nel mettersi contro il contendente assente, che per definizione non esiste, cioè i talebani. Dunque, non una conferenza di pace, ma una nuova allenza di guerra contro un nemico ignoto, inafferrabile, innominabile.

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