domenica, febbraio 25, 2007

Oligarchia contro democrazia

Questo volta lo prometto: sarò veramente breve e mi conterrò in un solo blocco di testo, evitando di fare nomi, cognomi ed episodi. Stiamo attraversando una penosa crisi di governo. Prodi, appena il giorno prima si mostrava baldanzoso, ma da me è stato sempre percepito come un’insulsa e deprimente figura di re travicello. I fatti mi danno ragione. Nuove elezioni dunque? E per fare che? Non mi illudo che il nuovo parlamento uscito dalle urne sarà gran che migliore del precedente. Si sarà soltanto rinnovata la stessa oligarchia che si richiama a tutti gli elettori (“i nove milioni di FI”, mi diceva un deputato forzista, che pensava di tenerseli lui stretti in una tasca dei suoi pantaloni a tintinnare come monete da un centesimo ciascuno), ma in realtà risponde innanzitutto al proprio interesse e al proprio utile, poi alle potenti consorterie che lo hanno fatto sedere in una posizione privilegiata innanzandolo sopra un inesistente popolo, ed in ultimo agli anonimi elettori che non si sa chi siano e dove siano. All’ultima assise di partito, in Milano, organizzata a mo’ di party da Stefania Craxi in memoria del padre estinto, ho sentito Bondi che parlava di radicamento territoriale: sono anni che oscuri dirigenti di partito glielo vanno dicendo senza che lui neppure li riceva ed ora scopre l’acqua calda. Vedremo le brambillate che si annunciano. Quello che è certo (e chiudo) è che il nostro paese manca di sostanziale democrazia: una parola magica sulla bocca di tutti, ma per la quale vale il motto dell’araba fenice: “che vi sia ognuno lo dice, dove sia nessuno lo sa”. Come uscirne? La via è lunga e faticosa e dolorosa: una partecipazione collettiva e capillare nel contesto di una rinnovata cultura che non ha nulla a che fare con i cascami del comunismo (D’Alema, Bertinotti, Napolitano, Ferrara, ecc. ecc., la lista è lunga, ma siedono tutti nel palazzo del potere) oppure la via più breve della dittatura democratica, cioè basata su ampio ed effettivo consenso di popolo. Questa soluzione aleggia spesso come la sola possibile, ma gli intellettuali di regime scaricano subito il loro assortimento di boriosi insulti parlando di rigurgiti di “populismo”. In effetti, la via pare poco praticabile anche per vincoli internazionali. L’opera geniale di consolidamente del suo potere l’Oligarchia l’ha prodotta contrapponendo ampi strati di popolazione fra di loro: padri contro figli, giovani contro vecchi, disoccupati o poco occupati contro occupati e garantiti, bigotti fomentati da un becero pretume contro chi vuol vivere a modo suo, e così via. Hanno reso il popolo italiano parassita di se stesso e timoroso di affrontare la vita. Ristabilire un’unità di popolo dove ognuno si senta garantito nella sua vita e nei suoi diritti senza togliere niente al suo vicino è impresa quanto mai ardua. Richiederebbe ben altra tempra di statisti che non quelli che trovano l’unanimità solo quando devono aumentare i loro stipendi e i loro privilegi individuali e di casta. Il Grande Fratello preferisce l’Oligarchia ad ogni altra possibile forma di stato e di governo. Gli è così più facile mantenere il suo dominio: basta ben foraggiare i caporali per tenere asserviti i più che neppure meritano il nome di popolo.

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