giovedì, maggio 31, 2007

Ne scopro delle belle: ma dove sta la coerenza? Critica al Manifesto bolognese degli storici.

Versione 1.2

Mentre vado cercando ad uno ad uno, in rete tramite motore di ricerca Google, i nomi e gli indirizzi e-mail di ognuno dei firmatari dell’Appello Mantelli, al solo scopo di mandar loro la mia mailinglist, cosa ti vado a scoprire? Al n. 10 dell’Elenco Mantelli si legge il nome di tal Dr. Barbara Armani e tra parentesi: Centro Interdipartimentale di Studi Ebraici, Università di Pisa. Orbene dove trovo lo stesso nome con la specificazione Università di Pisa? Suppongo sia la stessa persona concorrendo anche la sede Università di Pisa. Lo trovo al sito:
Storicamente. Laboratorio d storia con il logo del Dipartimento discipline storiche Università di Bologna. Ne pubblico di seguito integralmente il testo con le adesioni. Il testo è tale che quasi quasi, se non fosse per alcune parti dogmatiche, avrei potuto firmarlo anche io. Del documento, che reca la data del 22 gennaio 2007, pongo in evidenza alcune sue parti che possono essere messe in relazione con quanto successo in Teramo il 18 maggio corrente:
1) Come storici e come cittadini siamo sinceramente preoccupati che si cerchi di affrontare e risolvere un problema culturale e sociale certamente rilevante (…) attraverso la pratica giudiziaria e la minaccia di reclusione e condanna.
2) Sostituire a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge, ci sembra particolarmente pericoloso per diversi ordini di motivi
3) si stabilisce una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato. Ogni verità imposta dall'autorità statale (…) non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale.
4) L'Italia (…) dovrebbe impegnarsi a favorire con ogni mezzo che la storia recente e i suoi crimini tornino a far parte della coscienza collettiva, attraverso le più diverse iniziative e campagne educative.
5) La strada della verità storica di Stato non ci sembra utile per contrastare fenomeni, etc.
6) È la società civile, attraverso una costante battaglia culturale, etica e politica, etc.
Ebbene, in Teramo il 18 maggio 2007 è ritornato in auge lo squadrismo fascista non per perseguitare gli ebrei, ma rivolto contro chi può avere il solo torto di pensarla diversamente ma senza aver commesso alcun reato. Il rappresentante della comunità ebraica romana, Pacifici, ha esordità con l’innovativa teoria della “cinquina” smentita dai fatti perché se mai si tratterebbe della “costolina” del vicequestore in borghese scambiato dai picchiatori ebrei romani per un uditore del “negazionista” Faurisson. Il resto è cosa fin troppo nota a chi legge il mio blog. Rilevo qui che il nome di Barbara Armani si trova in entrambi le liste (Mantelli e Flores). Mi chiedo con quale coerenza. Mi sembra chiaro che i partigiani Mantelli siano oggettivamente dei filomastelliani. Quelli di “Informazione Corretta” sono addirittura arrivati a sostenere che Faurisson dovesse venire bloccato alla frontiera con la Francia! Se sono questi gli argomenti della “necessaria battaglia culturale” del documento bolognese, non mi sembra che sia un argomento particolarmente forte sul piano logico. Non so se vi sono altri casi simili a quelli di Barbara Armani, che forse aderendo nell’uno e nell’altra caso, avrà fatto un piacere a chi di volta in volta glielo chiedeva. È possibile che sia questa la genesi ed il fondamento morale di altre adesioni della lista Mantelli. Per adesso io rilevo questa.

Ecco il documento nella sua interezza:

DIBATTITI/ 4
Contro il negazionismo, per la libertà della ricerca storica


Il Ministro della Giustizia Mastella, secondo quanto anticipato dai media, proporrà un disegno di legge che dovrebbe prevedere la condanna, e anche la reclusione, per chi neghi l'esistenza storica della Shoah. Il governo Prodi dovrebbe presentare questo progetto di legge il giorno della memoria.

Come storici e come cittadini siamo sinceramente preoccupati che si cerchi di affrontare e risolvere un problema culturale e sociale certamente rilevante (il negazionismo e il suo possibile diffondersi soprattutto tra i giovani) attraverso la pratica giudiziaria e la minaccia di reclusione e condanna. Proprio negli ultimi tempi, il negazionismo è stato troppo spesso al centro dell'attenzione dei media, moltiplicandone inevitabilmente e in modo controproducente l’eco.

Sostituire a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge, ci sembra particolarmente pericoloso per diversi ordini di motivi:

1) si offre ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà d’espressione, le cui posizioni ci si rifiuterebbe di contestare e smontare sanzionandole penalmente.

2) si stabilisce una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato. Ogni verità imposta dall’autorità statale (l’“antifascismo” nella DDR, il socialismo nei regimi comunisti, il negazionismo del genocidio armeno in Turchia, l’inesistenza di piazza Tiananmen in Cina) non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale.

3) si accentua l’idea, assai discussa anche tra gli storici, della “unicità della Shoah”, non in quanto evento singolare, ma in quanto incommensurabile e non confrontabile con ogni altro evento storico, ponendolo di fatto al di fuori della storia o al vertice di una presunta classifica dei mali assoluti del mondo contemporaneo.

L'Italia, che ha ancora tanti silenzi e tante omissioni sul proprio passato coloniale, dovrebbe impegnarsi a favorire con ogni mezzo che la storia recente e i suoi crimini tornino a far parte della coscienza collettiva, attraverso le più diverse iniziative e campagne educative.

La strada della verità storica di Stato non ci sembra utile per contrastare fenomeni, molto spesso collegati a dichiarazioni negazioniste (e certamente pericolosi e gravi), di incitazione alla violenza, all'odio razziale, all'apologia di reati ripugnanti e offensivi per l'umanità; per i quali esistono già, nel nostro ordinamento, articoli di legge sufficienti a perseguire i comportamenti criminali che si dovessero manifestare su questo terreno.

È la società civile, attraverso una costante battaglia culturale, etica e politica, che può creare gli unici anticorpi capaci di estirpare o almeno ridimensionare ed emarginare le posizioni negazioniste. Che lo Stato aiuti la società civile, senza sostituirsi ad essa con una legge che rischia di essere inutile o, peggio, controproducente.

22 gennaio 2007


Marcello Flores, Università di Siena
Simon Levis Sullam, University of California, Berkeley
Enzo Traverso, Università de Picardie Jules Verne
David Bidussa, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
Bruno Bongiovanni, Università di Torino
Simona Colarizi, Università di Roma La Sapienza
Gustavo Corni, Università di Trento
Alberto De Bernardi, Università di Bologna
Tommaso Detti, Università di Siena
Anna Rossi Doria, Università di Roma Tor Vergata
Maria Ferretti, Università della Tuscia
Paul Ginsborg, Università di Firenze
Carlo Ginzburg, Scuola Normale Superiore, Pisa
Giovanni Gozzini, Università di Siena
Andrea Graziosi, Università di Napoli Federico II
Mario Isnenghi, Università di Venezia
Fabio Levi, Università di Torino
Giovanni Levi, Università di Venezia
Sergio Luzzatto, Università di Torino
Paolo Macry, Università di Napoli Federico II
Giovanni Miccoli, Università di Trieste
Claudio Pavone, storico
Paolo Pezzino, Università di Pisa
Alessandro Portelli, Università di Roma La Sapienza
Gabriele Ranzato, Università di Pisa
Raffaele Romanelli, Università di Roma La Sapienza
Mariuccia Salvati, Università di Bologna
Stuart Woolf, Istituto Universitario Europeo, Firenze

Aderiscono:

Cristina Accornero, Università di Torino
Giulia Albanese, Università di Padova
Franco Andreucci, Università di Pisa
Rosaria Marina Arena, Università di Siena
Barbara Armani, Università di Pisa
Elena Baldassari, Università di Roma La Sapienza
Luca Baldissara, Università di Pisa
Roberto Balzani, Università di Bologna
Giovanni Belardelli, Università di Perugia
Emmanuel Betta, Università di Roma La Sapienza
Fabio Bettanin, Università di Napoli L’Orientale
Roberto Bianchi, Università di Firenze
Anna Bravo, Università di Torino
Antonio Brusa, Università di Bari
Marco Buttino, Università di Torino
Davide Cadeddu, Università di Milano
Gia Caglioti, Università di Napoli Federico II
Marina Calloni, Università di Milano Bicocca
Leonardo Capezzone, Università di Roma La Sapienza
Vittorio Cappelli, Università della Calabria
Sonia Castro, Università di Pavia
Tulla Catalan, Università di Trieste
Alberto Cavaglion, Istituto Piemontese per la storia della Resistenza
Luigi Cajani, Università di Roma La Sapienza
Carolina Castellano, Università di Napoli Federico II
Franco Cazzola, Università di Firenze
Roberto Chiarini, Università di Milano
Giovanna Cigliano, Università di Napoli Federico II
Fulvio Conti, Università di Firenze
Giovanni Contini, Università di Roma La Sapienza
Daniele Conversi, University of Lincoln
Pietro Costa, Università di Firenze
Augusto D’Angelo, Università di Roma La Sapienza
Leandra D’Antone, Università di Roma La Sapienza
Fabio Dei, Università di Pisa
Nunzio Dell’Erba, Università di Torino
Giorgio Delle Donne, Bolzano
Mario Del Pero, Università di Bologna
Lucia Denitto, Università di Lecce
Giovanni De Luna, Università di Torino
Paola Di Cori, Università di Urbino
Patrizia Dogliani, Università di Bologna
Benito Donato, Cosenza
Angelo D’Orsi, Università di Torino
Paolo Favilli, Università di Genova
Giovanni Federico, Università di Pisa
Cristiana Fiamingo, Università di Milano
Enzo Fimiani, Biblioteca provinciale Pescara
Guido Formigoni, Università di Milano IULM
Vittorio Frajese, Università di Roma Tor Vergata
Giulia Fresca, Cosenza
Carlo Fumian, Università di Padova
Valeria Galimi, Università di Siena
Luigi Ganapini, Università di Bologna
Giuliana Gemelli, Università di Bologna
Aldo Giannuli, Università di Bari
Filippo Maria Giordano, Pavia
Gabriella Gribaudi, Università di Napoli Federico II
Yuri Guaiana, Università di Milano Bicocca
Giancarlo Jocteau, Università di Torino
Paola Magnarelli, Università di Macerata
Massimo Mastrogregori, Università di Roma La Sapienza
Marco Mayer, Università di Firenze
Roberta Mazza, University of California, Berkeley
Claudio Mellana, Torino
Marco Mondini, Università di Padova
Giovanni Montroni, Università di Napoli Federico II
Massimo Morigi
Stefania Nanni, Università di Roma La Sapienza
Gloria Nemec, Università di Trieste
Ivar Oddone, Torino
Chiara Ottaviano, Cliomedia Officina
Gianni Perona, INSMLI, Milano
Stefano Petrungaro, Università di Venezia
Vincenzo Pinto, Università di Torino
Maria Serena Piretti, Università di Bologna
Stefano Pivato, Università di Urbino
Leonardo Rapone, Università della Tuscia
Maurizio Ridolfi, Università della Tuscia
Gabriele Rigano, Università per Stranieri di Perugia
Domenico Rizzo, Università di Napoli L’Orientale
Giorgio Rochat, Università di Torino
Giovanni Romeo, Università di Napoli Federico II
Andrea Rossi, Università di Ferrara
Lucia Rostagno, Università di Roma La Sapienza
Silvia Salvatici, Università di Teramo
Enrica Salvatori, Università di Pisa
Ayse Saracgil, Università di Firenz
Laura Savelli, Università di Pisa
Giovanni Scirocco, Università di Bergamo
Guri Schwarz, Università di Pisa
Francesco Scomazzon, Università di Milano
Alfio Signorelli, Università di Roma La Sapienza
Francesca Socrate, Università di Roma La Sapienza
Simonetta Soldani, Università di Firenze
Carlotta Sorba, Università di Padova
Carlo Spagnolo, Università di Bari
Lorenzo Strik Lievers, Università di Milano Bicocca
Arnaldo Testi, Università di Pisa
Rita Tolomeo, Università di Roma La Sapienza
Anna Treves, Università di Milano
Alessandro Triulzi, Università di Napoli L’Orientale
Simona Troilo, Istituto Universitario Europeo
Gabriele Turi, Università di Firenze
Gian Maria Varanini, Università di Verona
Angelo Ventrone, Università di Macerata
Angelo Ventura, Università di Padova
Claudio Venza, Università di Trieste
Alessandra Veronese, Università di Pisa
Elisabetta Vezzosi, Università di Trieste
Vittorio Vidotto, Università di Roma La Sapienza
Loris Zanatta, Università di Bologna

* * *

Critica al Manifesto bolognese

Non mi piace l’avvio, che mi sembra piuttosto filisteo. Sembra che si cerchi un sistema più sottile e scientifico per colpire dei soggetti – i cosiddetti “negazionisti” – la cui unica colpa in definitiva è quella di sostenere tesi non gradite agli pseudoliberali bolognesi. Se li si colpisce male, si dice, offriamo loro il pretesto per dire che non è garantita loro la libertà di pensiero, il che è assolutamente vero ed è assolutamente vergognoso da quanti si dichiarano “liberati” da eserciti che ad Occidente ed Oriente hanno invaso il continente europeo e poi in apposite cliniche hanno iniziato un lungo e laborioso lavaggio dei cervelli liberati del loro proprio contenuto. In una società normale ogni cittadino dovrebbe poter esprimere il suo pensiero senza dover temere ritorsioni per il solo fatto di aver formulato le sue opinioni. Curiosamente, la principale differenza che si ascrive ai nuovi regimi è la libertà di parola: adesso possiamo parlare mentre durante il fascismo ed il nazismo non si poteva parlare. Mi pare che non sia così: Teramo docet.

I Bolognesi parlano di una loro “necessaria battaglia culturale”, accompagnata da una “pratica educativa” e da una “tensione morale” cose tutte “necessarie” allo scopo di “
fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah”. La formula mi preoccupa per il suo contenuto totalizzante. Sarebbe come se gli strizzacervelli dicessero ai carcerieri ed ai torturatori di lasciar fare a loro lo stesso lavoro, sapendolo fare meglio, lavorarando di fino. Una prima obiezione a questi “santi” propositi riguarda i destinatari di tante amorevoli e pedagogiche attenzione. Seguendo i metodi insegnati da Socrati, faccio la somma felicità di Brunello Mantelli non collocandomi nell’area dell’eccellenza: lascio volentieri a lui la parte scenica del moderno Tucidide. Io invece mi colloco al limite superiore dell’Uomo Qualunque. Mi sono già formate le mie opinioni fondamentali sulla storia mondiale del XX secolo, di cui gli stermini di massa sono una componente. Se vogliono lavorare per me, gli amici bolognesi possono soltanto fornimi qualche tassello aggiuntivo, ma i loro libri vengono da me idealmente collocati in uno stesso scaffale insieme alle opere dei terribili negazionisti. Sul piano della interpretazione filosofica o transpolitica già da adesso queste opere mi sembrano più interessanti delle sterminate biblioteche finanziate tutte dai vincitori e dai governi da loro insediati e a loro fedeli. Per lo meno non sono sospette in ragione della committenza.

Ai limiti medi e inferiori del livello dell’Uomo Qualunque il loro lavoro è a mio avviso del tutto inutile, riferendosi ad eventi di cui la maggior parte dei contemporanei non ha avuto esperienza né diretta né indiretta. Trattasi soltanto di discorsi celebrativi, accompagnati da sbadigli in chi ascolta, da scarsa convinzione di chi quei discorsi legge, da emigrazioni mentali di massa da parte di chi non può uscire dalla sala dove si consuma uno stanco rituale. Il boccone, l’affare è la «pratica educativa» e mi viene da tremare pensando ai miei poveri studenti. Ma per fortuna oltre alla scuola “di regime” esistono fonti alternative di informazione ed il giovane che abbia attitudine e sensibilità per determinate problematiche, potrà sempre trovare uno spazio di libertà per la loro coscienza ed il loro cervello.

Altra questione interessa invece ai più in quanto cittadino. Ed è ora come cittadino Qualunque che rivolgo una domanda ai colleghi bolognesi. Decenni or sono, da poco laureato, lessi di una conferenza che lo storico David Irving avrebbe tenuto in Roma, non in una università pubblica o privata, libera o vincolata, ma nella sala di un grande albergo romano, l’Hotel Parco dei Principi, dove pagando la sala si possono tenere convegni sui temi più disparati. Mi incuriosiva il personaggio e la materia. La curiosità è all’origine della riflessione filosofica. Il giorno dopo lessi però che lo storico era stato intercettato all’aeroporto e rispedito indietro come uno bagaglio. La cosa mi sorprese e sconcertò. In quegli anni avevo ben altri problemi e presto smisi di pensare allo strano episodio tanto che parecchio tempo più tardi mi chiesi se una cosa così assurda fosse mai potuta avvenire e se non fosse la mia memoria [e che dire di ben altre “testimonianze” se io stesso dubitavo di me stesso?] a giocarmi qualche scherzo. L’episodio mi fu invece confermato da una email dello stesso Irving, al quale mi ero rivolto per informazioni su Göring. Era dunque vero e l’episodio si è ripetuto per Faurisson, che doveva parlare in Teramo.

Vengo al punto. Lasciamo perdere il negazionismo e tutto il resto. Agli illustri colleghi bolognesi pongo la seguente domanda: perché non posso fare legittimo esercizio della mia libertà di cittadino andando ad ascoltare chi mi pare? Ciò che mi offende personalmente non è la censura posta in Italia su Irving e Faurisson. Mi interessa meno ciò che loro possono dire o non dire, la fondatezza o infondatezza delle loro tesi, ma mi tocca personalmente la violazione della libertà di poterli io ascoltare. A Riccardo Pacifici, a Brunello mantelli, a Maria Anna Cardano ed altri con astio io chiedo: perché? Vi impedisco io di fare quello che volete nella sfera della vostra autonomia o a casa vostra? E con quale diritto voi fate invece ciò nei miei riguardi? Non credete che si sia aperta una partita che tocca ora regolare? Come diavolo vi permettere di attentare alla sfera della mia libertà? Il mio cervello non è una lavagna dove a voi è dato il diritto di scrivere o cancellare quel che volete.

Questo credo che sia il problema aperto in Italia dalla censura a Irving e a Faurisson. Le loro tesi mi interessano assai di meno, ma la mia libertà di poterli ascoltare è ciò su cui si gioca la verità o la falsità della nostra pretesa superiorità democratica. Per ritornare al nostro tema mi sembra ovvio che la faccenda dello sterminio di vittime innocenti durante la seconda guerra mondiale sia stata innazitutto una ferita che l’Europa intera ha inciso sulle proprie carni. Un buon europeo soffre al solo pensiero di ciò che è stato e che non si è saputo evitare. Il come ed il chi, ammesso che si riesca a saperlo, è ben magra consolazione. Ma è ignobile la condotta di chi su quelle ferite pensa di specularci. Ed è questo quel che succede e la vera spiegazione di episodi inammissibili come quelli in ultimo a Teramo. La ricerca della Colpa e la pretesa risarcitoria per quella Colpa è tanto assurda quanto volersela prendere con i terremoti, la grandine, l’effetto serra, e così via. Non a caso i colleghi bolognesi parlano di “battaglie culturali”. Ma ciò significa che dal 1945 ad oggi la guerra non è mai cessata e loro stessi combattono stando necessariamente da una parte.

Quale parte? Quella dello stesso Liberatore che “liberata” nel 1945 la nostra Europa, risorta nella servitù e senza dignità, vuole ora liberare il Medio Oriente da oltre mezzo secondo resiste con eroismo e dignità all’altrui Liberazione. Mi ha impressionato ier sera una servizio di report dove era chiaro come le varie rivoluzioni rosate nei paesi già sotto l’area imperiale sovietica sia progettata e finanziata da apposite Fondazioni statunitensi. Con i finanziamenti lauti messi a disposizione si possono già da adesso produrre opere storiche che ci narrano il cammino della libertà. Il mestiere dello storico non è oggi gran che diverso da quello di un giornalista che se vuol conservare il suo posto di lavoro deve scrivere determinate cose e non altre. Molti giornalisti si trasformano in storici, semplicemente allungando il testo dei loro articoli. E scrivono pure libri di successo che vanno a ruba. I Montanelli, Bocca, Vespa, Gervaso, Panza, ecc. La lista è infinita. Anche Fiammetta Nirenstein pretende di essere una storica. Mi dicono che addirittura spera di ottenere lo stesso successo di Oriana Fallaci, di cui non mi pento di non aver mai letto nessun libro. La storia è ormai degradata ad un settore del giornalismo, o una branca dei servizi segreti che manipolano l’opinione pubblica e la formazione delle coscienze, o un settore della propaganda dei partiti politici. La scienza storica non può oggi pretendere un’oggettività che in nessun caso potrebbe esistere. Infatti, considerando la massa sterminata di documenti che la storia recente può offrirci, diventa necessaria una selezione delle fonti su cui si opera. Ma la selezione è già interpretazione, è già relativizzazione. Io posso omettere o tacere un documento che non giova all’immagine del mio committente, o che nel clima politico dominante non mi servirà a far carriera ed affari.

Ben vengano dunque negazionisti e revisionisti se ciò significa un ininterrotto contraddittorio sulle verità in apparenza incrollabili ed assurte a Verità religiose. Non ha torto si parla infatti di una nuova religio holocaustica, di cui farebbe bene ad interessare – se non lo fa già – Massimo Introvigne nel suo strano Centro di ricerche sulle nuove religioni, forse in realtà solo un’Agenzia del Vaticano alla stessa stregua della CIA statunitense. Le reazioni isteriche dei Mantelli d’Italia mi induce a pensare che non di verità o falsità di determinati fatti storici su tratta, ma di interessi più o meno confessabili che dietro quei fatti sono nascosti. I fatti in quanto tali non sono diversi da quelli su cui indagano i magistrati. A questo punto, visto che anche in Italia si corre il rischio di avere una legislazione come quella austriaca che ha messo in carcere David Irving per un reato d’opinione, sarebbe decisamente il caso di invitare gli storici ad occuparsi di altro e delegare interamente ad un pool di magistrati la verità fattuale (numero dei morti, funzionamento delle camere a gas, nome delle vittime, ecc. ecc. ecc.). Consegneranno i loro risultati in apposite sentenze. Gli storici scriveranno poi le note a sentenza che verranno pubblicate nelle riviste di giurisprudenza. Insomma, è tempo che gli storic vadano in pensione non avendo più senso o rispettabilità la loro professione.

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