martedì, luglio 18, 2006

La criminalizzazione del nemico

Non so orientarmi fra le sigle dei gruppi armati che si oppongono ad americani e israeliani con le armi in pugno o con il tritolo nascosto sotto i vestiti: mi sembra un aspetto secondario. Non credo che si debba fare il tifo per gli uni o per gli altri: i nostri sono i buoni e gli altrisono cattivi e odiosi. Io vedo solo uomini che combattono e muoiono ed altri ancora che vanno consapevolmente incontro alla morte facendo spregio della propria vita. Tutto ciò mi fa riflettere e mi inquieta. Mi spinge a pormi interrogativi e mi lascia sgomento. Se la "libera" stampa dovesse fornirmi strumenti per comprendere la realtà, starei fresco. La situazione è peggiore di quella ai tempi di Goebbels. Allora si sapeva che l'informazione era tutta in mano al governo ed uno poteva anche scegliere di non credere al governo. Poteva chiudere porte e finestre e mettersi a ragionare con amici fidati. Ma adesso con una stampa che si dice libera diventa più difficile distinguere il fatto successo dagli intenti manipolativi e distorsivi di chi ti porge la notizia del giorno. I politici considerano poi assolutamente normale dare interpretazioni contrapposte degli stessi identici fatti! Quello che l'uno dice esser bianco per l'altro è invece di color nero. La verità è quella che si ripete più spesso. Anche il sole da rotondo può diventare quadrato se non si cessa mai di ripetere che è quadrato. Scegliendo a caso un articolo, provo ad analizzarne il contenuto.

Quello che un tempo era il »nemico« al quale si doveva anche rispetto diventa adesso un "fiancheggiatore", un miserabile "ribelle", un abietto "terrorista", esseri umani che si possono "spazzare via". Per non parlare poi dell'insulto metafisico: "fondamentalista". Qualche giorno fa ho sentito parlare Rutelli usando la parola "fondamentalismo" con la quale pensava di aver spiegato qualcosa. In effetti, a pensarci bene, dal 1945 in poi in tutte le guerre dove da questa parte si trovano i vincitori di allora, tutti quelli che invece stanno dall'altra parte sono sempre soltanto "criminali". Se cercano di armarsi con armi pari a fronte di chi le stesse armi le tiene in pugno per investitura divina, ebbene essi sono degli esseri moralmente abietti che vogliono attentare alla pace, quella pace che i vincitori di Yalta hanno stabilito per tutto il millennio a venire. Se in assenza di armi costose e sofisticate, si trasformano loro stessi in bombe umane, essi sono criminali di una specie ancora peggiore: fondamentalisti e canaglie. E potrei continuare con molti esempi per dimostrare un enunciato assai carico di conseguenze: la perpetua criminalizzazione del nemico, contro il quale (a fin di bene) diventa pure lecita la menzogna smascherata come tale.

A quanti mi degnano del loro ascolto io mi sforzo di dimostrare la fondamentale differenza fra un nemico (in senso bellico: l'hostis) ed un criminale. Il nemico è tale solo per la durata del tempo di guerra, che si spera sia breve, e finché non torna la pace (quella vera, non quella drogata delle missioni di pace, che sono soltanto un'integrazione della guerra, la stabilizzazione dei risultati dopo i combattimenti maggiori). Per il nemico si può tornare ad avere rispetto. Con il memico di ieri ci si può perfino imparentare. Diverso è il discorso per il criminale: egli non cessa mai di esser tale e l'odio si tramanda di padre in figlio. Le parole che si usano per indicare tutto ciò che si oppone agli USA contengono sempre una connotazione morale negativa. La stampa "libera" e "civile" educa ordinariamente al linciaggio di quanto non restano folgorati dall'eccellenza del nostro sistema democratico, del nostro superiore modo di vivere. I politici sono poi di gran lunga peggiori dei giornalisti ai quali trasmettono le notizie ed il senso che devono dare.

Le notizie dell'ultima ora parlano di un ONU che si appresterebbe ad entrare in scena per garantire i nuovi equilibri dello status quo uscito dalle operazioni militari, dove sarebbe ingenuo riconoscere le ragioni del diritto e della giustizia: assolute chimere. Ma quale che siano stati gli esiti fortunosi delle armi resta ancora più alto il grado dell'inimicizia ed il senso di ostilità di chi non accetta l'imposizione di armi tecnologicamente più avanzate, ma non per questo più giuste. Dovremo abituarci per un verso a vivere in un mondo sempre più criminalizzato e per un verso sempre più assurdo ed incomprensibile nella misura in cui lo svuotamento di senso di parole come pace e guerra, i condizionamenti mediatici di formazione del pensiero e della coscienza diventano essi stessi i mezzi bellici tecnicamente più sofisticati: la sconfitta totale del nemico la si raggiunge con lo svuotamento del suo cervello, con la privazione di qualsiasi consapevolezza critica davanti al bastone che lo ha messo in ginocchio. Devono perfino riconoscere le colpe dei loro padri ed erigervi un monumento a loro perpetua memoria.

A chiusura di queste riflessioni do una esplicitazione per non ingenerare equivoci in chi mi legge. Non sono io stesso un terrorista. Mi dichiaro non violento e amante della pace. Ritengo che ciò che normalmente si chiama pace non è per nulla pace, ma è soltanto una guerra stabilizzata, una guerra che cova in permanenza negli animi. Ritengo che la pace debba essere perseguita e costruita realmente. A questo scopo ritengo che sia necessaria l'esistenza di un soggetto politica la cui possibilità è stata osteggiata per secoli. Penso ad un'Europa politicamente unita capace di assumere stretti vincoli di pace con gli antichi popoli del Mediterraneo, dove c'erano anche gli Ebrei, infima minoranza in un più vasto mondo. Ma se anche ciò non potesse essere, ritengo che la pace sia un bene troppo importante per lasciarlo nella bocca di uomini che dicono pace e portano guerra.

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